REGGIO EMILIA – Cosa intendeva dire il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo quando da Reggio, parlando a dieci anni dall’inizio del processo Aemilia, ha sostenuto che in Emilia-Romagna “le imprese mafiose stanno scalando il sistema cooperativo”? Non sappiamo se queste parole vadano lette alla luce di indagini in corso, di cui in ogni caso il procuratore non potrebbe parlare, ma è da escludere che Melillo abbia fatto queste affermazioni a casaccio.
Dunque, quale significato attribuire al suo allarme, quando avverte che nella nostra regione la cooperazione autentica è minacciata “da quella parte del sistema cooperativo che taglia i costi, ricorrendo a false fatturazioni, frodi fiscali e servizi di imprese mafiose che sfruttano il lavoro”? In senso stretto, una cooperativa non è scalabile. Ma la solidità delle vere cooperative può essere minacciata e indebolita da società che della cooperativa hanno solo il nome, la parvenza della forma societaria, e la utilizzano per risparmiare sul costo del lavoro e per negare diritti ai soci-dipendenti. Accade da anni in molti settori, soprattutto nei servizi, sotto gli occhi di tutti.
C’è un altro modo in cui le vere cooperative – e non solo le cooperative, ma anche le società di capitali – possono essere insidiate dall’interno e inquinate. Il rischio si nasconde soprattutto nell’esternalizzazione di una parte delle attività aziendali, che viene consegnata nelle mani di soggetti esterni con l’obiettivo di ridurre i costi. Avviene in particolare per la logistica, la vigilanza, le pulizie, attraverso appalti e subappalti in cui le responsabilità dei committenti si diluiscono, la soglia delle retribuzioni e dei diritti si abbassa e i fenomeni di illegalità si moltiplicano.
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