REGGIO EMILIA – “I criminali prosperano perché tanti cittadini chiedono di acquistare beni e servizi illegali”. Paolo Guido, procuratore capo di Bologna, numero uno della Direzione distrettuale antimafia, è brutale: il mondo del crimine organizzato e quello delle persone normali sono due facce della stessa medaglia, a Reggio e in Emilia come altrove.
La nostra regione, spiega il procuratore di Bologna, “brucia in poche ore chili di cocaina”. Ma ci sono anche le donne destinate alla prostituzione, lo sfruttamento del lavoro, i rifiuti tossici da smaltire, le armi, le fatture false per evadere il fisco. E la cosca di ‘ndrangheta che ha piantato le radici nel nostro territorio non è qualcosa di estraneo. “Non è un pezzo della cosca di Cutro che si è trapiantato in Emilia-Romagna. E’ una mafia che nasce e si sviluppa in modo autonomo”.
Ancora più allarmante, se possibile, l’analisi del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. I fatti scoperti dalla recente indagine Ten, condotta da Beatrice Ronchi, presente in platea al Malaguzzi, sono gli stessi portati alla luce nel 2015 dall’indagine Aemilia. Sembra che non sia cambiato nulla. A parte i nomi. Sono cambiati gli interlocutori mafiosi. Essendo venuti meno i Grande Aracri, hanno ripreso quota i Dragone e gli Arabia”.
Ma il tema della mafia, ha detto il procuratore nazionale, è fuori dal dibattito pubblico. Il mondo delle professioni e delle imprese è indifferente e non denuncia la concorrenza sleale, ha aggiunto Melillo, perché vuole abbattere i costi. E in questo clima di indifferenza e di deresponsabilizzazione si consuma un tentativo di scalata. “Lo sapete quel che rimane – e per fortuna è tanto – di autentico e di sano del sistema cooperativo di questa regione da cosa è minacciato? Da quella parte del sistema cooperativo che taglia i costi, ricorrendo a false fatturazioni, frodi fiscali e servizi di imprese mafiose che sfruttano il lavoro. E’ paradossale: le imprese mafiose stanno scalando rapidamente il sistema cooperativo”.
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