NOVELLARA (Reggio Emilia) – Non è detto che questa giornata scriva la parola “fine”. La Cassazione, che non entra nel merito e non riformula le pene ma verifica la corretta applicazione della legge e delle norme processuali, potrà respingere i ricorsi dei cinque imputati giudicandoli inammissibili o infondati; oppure, al contrario, accoglierli in tutto o in parte annullando la sentenza di secondo grado con rinvio ad un’altra Corte d’Appello; oppure ancora, accoglierli e cancellare la precedente sentenza, e a quel punto gli imputati coinvolti da quell’eventuale decisione sarebbero liberi. A Roma in queste ore si sta decidendo della sorte dei genitori, dei cugini e dello zio paterno di Saman Abbas. La sua, di sorte, della ragazza 18enne pachistana di Novellara diventata un simbolo, è nota: uccisa per strangolamento la sera del 30 aprile 2021 e poi sepolta a 800 metri da casa, in un casolare abbandonato, dove il suo corpo sarebbe rimasto un anno e mezzo prima del ritrovamento. I suoi cinque parenti, ritrovati uno dopo l’altro nell’arco di tre anni tra l’Europa e il Pakistan e riportati in Italia, sono stati da subito gli unici indagati per quell’uccisione. Per la procura, un omicidio organizzato e messo in atto dal clan, tra mandanti – i genitori – ed esecutori – lo zio, aiutato dai cugini nell’occultamento del cadavere.
Alla base della decisione ci sarebbe stato l’onore ferito da una giovane donna che aveva rifiutato un matrimonio forzato e oltretutto aveva denunciato ai carabinieri le intenzioni dei parenti. La sera della sua morte, Saman era tornata a Novellara da pochi giorni dopo un periodo trascorso a Bologna in una comunità protetta. La sua intenzione sarebbe stata quella di prendere i documenti e partire per vivere la sua vita col fidanzato, una relazione che la famiglia non accettava. In primo e secondo grado, a dicembre 2023 e ad aprile 2025, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen vennero condannati all’ergastolo; la pena per Danish Hasnain passò da 14 a 22 anni; Noman Ul Haq e Ikram Ijaz, prima assolti, vennero condannati all’ergastolo.
Uno dei nodi principali che accomuna tutti e cinque i ricorsi in Cassazione è la premeditazione: l’aggravante più pesante che in primo grado era caduta e che invece, in secondo grado, ha contribuito a ribaltare la situazione per i cugini. Secondo le difese, su questo punto c’è un vizio di motivazione da parte della Corte d’Appello, che ha parlato di una “premeditazione condizionata” incorrendo, sostengono, in un “cortocircuito logico”. In pratica, la Corte di secondo grado ha sostenuto che l’omicidio fosse sì stato organizzato, ma subordinato al fatto che Saman avesse o meno perseguito la sua volontà di partire. Cosa successa. Un ragionamento che, dicono le difese, non ha senso per dimostrare la premeditazione. L’altro grande capitolo è la figura del fratello minore di Saman, 16enne all’epoca del delitto. Considerato da indagare dalla corte di primo grado, che quindi ne ha annullato le dichiarazioni, è invece stato il teste chiave della Corte di secondo grado. Le difese contestano la definizione di “testimonianza progressiva” data dalla Corte d’Appello e ritengono che le dichiarazioni diverse via via rese dal ragazzo siano frutto di una “rimodulazione opportunistica del narrato”.
Reggio Emilia Novellara Roma omicidio sentenza Cassazione Saman Abbas









