NOVELLARA (Reggio Emilia) – Un piccolo colpo di scena, perché non è usuale che accada. La Cassazione ha deciso per un “differimento della decisione alla luce della complessità della vicenda”. Slitta al 15 luglio la sentenza di terzo grado del processo per l’omicidio di Saman Abbas. “In 24 anni che sono cassazionista, non mi era mai capitato – commenta Liborio Cataliotti, avvocato difensore dello zio della ragazza pachistana – evidentemente l’esito è tutt’altro che scontato“.
In mattinata, il procuratore generale Marco Dall’Olio, chiedendo la conferma delle condanne del secondo grado, aveva detto: “Saman doveva essere punita: questo è un punto fermo di tutto il processo. La volontà era di impartirle una lezione. Il delitto è stato organizzato nei minimi dettagli, un atto corale e premeditato. Una vicenda agghiacciante. L’omicidio, pur avendo radici culturali proprie, tradisce il ricorso a una violenza estrema e sproporzionata he realizza la natura turpe e ignobile del movente”.
Saman Abbas venne uccisa la sera del 30 aprile 2021. I suoi cinque parenti, ritrovati uno dopo l’altro nell’arco di tre anni tra l’Europa e il Pakistan e riportati in Italia, sono stati da subito gli unici indagati per quell’uccisione. Per la procura, un omicidio organizzato e messo in atto dal clan, tra mandanti – i genitori – ed esecutori – lo zio, aiutato dai cugini nell’occultamento del cadavere. Alla base della decisione ci sarebbe stato l’onore ferito da una giovane donna che aveva rifiutato un matrimonio forzato e oltretutto aveva denunciato ai carabinieri le intenzioni dei parenti. La sera della sua morte, Saman era tornata a Novellara da pochi giorni dopo un periodo trascorso a Bologna in una comunità protetta. La sua intenzione sarebbe stata quella di prendere i documenti e partire per vivere la sua vita col fidanzato, una relazione che la famiglia non accettava. In primo e secondo grado, a dicembre 2023 e ad aprile 2025, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen vennero condannati all’ergastolo; la pena per Danish Hasnain era passata da 14 a 22 anni; Noman Ul Haq e Ikram Ijaz, inizialmente assolti a Reggio, erano stati condannati all’ergastolo a Bologna.
Il nodo principale e che ha accomunato tutti e cinque i ricorsi in Cassazione è la premeditazione: l’aggravante più pesante che in primo grado era caduta e che invece, in secondo grado, aveva contribuito a ribaltare la situazione per i cugini. Secondo le difese, su questo punto c’era un vizio di motivazione da parte della Corte d’Appello, che aveva parlato di una “premeditazione condizionata” incorrendo in un “cortocircuito logico”. In pratica, la Corte di secondo grado ha sostenuto che l’omicidio fosse sì stato organizzato, ma subordinato al fatto che Saman avesse o meno perseguito la sua volontà di partire.
L’altro grande capitolo è la figura del fratello minore di Saman, 16enne all’epoca del delitto. Considerato da indagare dalla corte di primo grado, che quindi ne ha annullato le dichiarazioni, era stato invece stato il teste chiave della Corte di secondo grado. Le difese avevano contestano la definizione di ‘testimonianza progressiva’ data dalla Corte d’Appello ritenendo che le dichiarazioni diverse via via rese dal ragazzo fossero il frutto di una ‘rimodulazione opportunistica del narrato’.
Omicidio di Saman Abbas, è il giorno della Cassazione. VIDEO











