REGGIO EMILIA – Fa nuovamente capolino in tribunale a Reggio Emilia un processo di ‘ndrangheta. Si tratta del filone riguardante 4 imputati che vengono giudicati con rito ordinario nel contesto dell’operazione antimafia battezzata “Ten” perché nel marzo 2025 scattarono gli arresti a dieci anni dalla maxi operazione Aemilia. Molto veloce la prima udienza davanti alla Corte presieduta da Cristina Beretti, a latere i giudici Giovanni Ghini e Greta Iori. L’accusa è rappresentata dalla pm antimafia Beatrice Ronchi. Come nel troncone dei riti abbreviati (già definitosi nel maggio scorso in primo grado con non poche pesanti condanne) risulta nutrito il versante delle costituzioni di parte civile, a partire dal Ministero degli Interni a cui si aggiungono diversi enti pubblici e sigle sindacali. Con l’anno nuovo si entrerà nel vivo di un processo che si profila complesso per l’alto numero di testimoni. Il primo nodo da sciogliere fra le parti sarà decidere quali siano le intercettazioni da trascrivere. Relativamente agli imputati, la posizione più delicata è quella del cutrese 35enne Luigi Lerose che è accusato di associazione mafiosa, perché per gli inquirenti sarebbe stato uno dei vertici della cosca ‘ndranghetista con epicentro a Reggio Emilia.
“Lerose non è assolutamente un vertice del gruppo ‘ndranghetistico emiliano – replica il difensore, cioè l’avvocatessa Lorena Corasaniti – né può considerarsi mero sodale, soprattutto in virtù delle tante discrasie già messe in luce con la memoria difensiva acquisita in atti. E il rapporto di parentela con gli Arabia non deve rappresentare un pregiudizio sulle valutazioni dei fatti in causa”.
Contestati reati minori, ma sempre con l’aggravante mafiosa, agli altri tre imputati. La 42enne Carmela Mosca che vive a Bibbiano è nei guai per trasferimento fraudolento di valori. E’ difesa dal legale Mattia Fontanesi. Vive invece in città il 38enne Salvatore Paolini: tutelato dall’avvocato Federico De Belvis, deve difendersi dall’accusa di detenzione illegale di un’arma, mentre sono due i capi d’imputazione per il parmense 49enne Luca Spotti: falsa fatturazione e distruzione di scritture contabili. Si tornerà, quindi, a parlare in un’aula giudiziaria, delle dinamiche di un clan capace per gli inquirenti di superare come se niente fosse le sanguinarie lotte all’interno della ‘ndrangheta emiliana, riproponendo atti violenti, fior di illeciti fiscali e una inquietante disponibilità di armi.
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