REGGIO EMILIA – Soldi trasferiti su conti esteri, criptovalute e, di nuovo, le false fatture. L’ipotesi dell’esistenza di una “banca occulta” al servizio della ’ndrangheta, della camorra e della quarta mafia foggiana.
E l’inchiesta Aemilia che torna a parlarci e a parlare agli inquirenti. Tra i coinvolti nell’indagine delle ultime ore della Guardia di finanza di Milano e Monza Brianza c’è Paolo Pelaggi, che nel 2018 venne condannato in Cassazione a un anno e 8 mesi, al termine del rito abbreviato del processo Aemilia, per reati di natura economico-finanziaria commessi per agevolare il sodalizio mafioso. Pelaggi era già stato al centro dell’inchiesta modenese Point Break, coordinata sempre da Marco Mescolini e Beatrice Ronchi e ritenuta la genesi della maxi-indagine Aemilia. Il suo nome era stato fatto dal pentito Giuseppe Giglio ed era emerso da intercettazioni come uno dei vertici del cosiddetto “sistema Gualtieri” e della gestione delle frodi fiscali.
Crotonese d’origine, Pelaggi, che un tempo faceva base a Maranello, risulterebbe formalmente residente a Cosenza, ma gli inquirenti, in quest’ultima indagine, lo localizzano nella zona di Segrate. Secondo i pm milanesi, assieme ad altre due persone anche loro già referenti di cosche di ‘ndrangheta e camorra, avrebbe trasformato una società di autonoleggio di Pero, in provincia di Milano, in “banca occulta”, col presunto aiuto di complici cinesi e albanesi.
Sedici le persone portate in carcere e 14 ai domiciliari nelle ultime ore, sequestrati beni per 21 milioni. L’ipotesi è quella di un’associazione a delinquere aggravata dall’agevolazione del metodo mafioso che sarebbe stata attiva – secondo le indagini – nel riciclaggio internazionale, nelle frodi fiscali, e anche in traffici di droga che condurrebbero anche in Spagna e Svizzera. L’inchiesta avrebbe svelato un circuito finanziario illegale in grado di riciclare oltre 68 milioni di euro e di generare fatture false per 110 milioni.
Secondo le fiamme gialle, una volta ottenuti i bonifici di pagamento delle fatture false, gli indagati retrocedevano agli imprenditori compiacenti l’importo in contanti tratti da evasioni fiscali e narcotraffici, trasferendo poi il denaro su conti esteri dove sarebbe sttao investito in criptovalute.






