REGGIO EMILIA – “Pretendiamo di sapere cos’è successo”. Il padre, la madre e la sorella di Mena Istafanous parlano attraverso le dichiarazioni del loro legale. Erano in tribunale, a capo chino e in silenzio, durante l’udienza di convalida dell’arresto del figlio maggiore, accusato di tentato omicidio plurimo.
Oggi la costernazione è diventata disperazione. Piangono un ragazzo di 26 anni che si è tolto la vita venerdì alle 20 impiccandosi nella cella singola in cui si trovava dal suo arrivo. Non c’era posto nel reparto Nuovi Giunti e Istafanous era stato collocato nel reparto comune, dove la sorveglianza è 24 ore su 24 ma non “a vista”, e non era sottoposto a particolari restrizioni. Una cella che adesso è sotto sequestro e in cui la scientifica ha già fatto il primo sopralluogo.
Se in carcere è stata avviata un’indagine interna, anche la procura ha già aperto un’inchiesta. Prima di tutto, il sostituto procuratore Giulia Galfano ha disposto l’autopsia sul corpo del 26enne, trovato e soccorso da un agente, sembrerebbe, pochissimo tempo dopo aver compiuto l’estremo gesto, ma quando ormai era tardi. Poi acquisirà tutte le cartelle cliniche e i verbali relativi alla permanenza in carcere del giovane.
“Bisogna accertare se ci sono responsabilità – dice l’avvocato Franco Beretti – parliamo di un soggetto fragile, che era seguito dai servizi di salute mentale”. Istafanous aveva problemi psichiatrici e di tossicodipendenza: uno stato, si pensa, alla base del gesto folle compiuto domenica sera al distributore Ego, quando si era avventato contro tre persone, con un cacciavite e poi con l’auto. Era stato arrestato meno di un’ora dopo. I famigliari non lo vedevano da allora.
“Mena è andato in cielo” scrive il padre su Facebook, riportando un versetto di Matteo: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darà ristoro”. La famiglia, di origine egiziana e di fede cristiana copta, ha organizzato un momento di preghiera nella chiesa di San Domenico.
“La Procura dovrà capire se il ragazzo, alla sua prima esperienza carceraria, era sorvegliato, vista la situazione – dice ancora il legale – Non voglio colpevolizzare nessuno, ma era una persona con una malattia mentale, una persona da attenzionare molto bene”. Un tema, quello della salute mentale e di come affrontarla in maniera adeguata, che interroga i sanitari, come le istituzioni, come gli inquirenti. Il procuratore capo Calogero Paci parla di una “tragedia sociale e collettiva”.
“Un dramma doloroso che non conoscerà spiegazione, lasciando solo tante domande senza risposta- sono le parole di Matteo Marchesini, avvocato di una delle donne vittime dell’aggressione al distributore – Da penalista, inoltre, prima ancora che da difensore di una parte, ritengo che un suicidio all’interno di un istituto penitenziario rappresenti sempre una sconfitta per l’intero sistema e per la società tutta”.
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