REGGIO EMILIA – Il prossimo 7 luglio dovrebbe venir emessa in tribunale ad Alessandria una sentenza di primo grado che affonda le radici nei cupi anni di piombo, nello specifico il blitz del 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta che finì nel sangue per la liberazione dell’imprenditore vitivinicolo Vittorio Vallarino Gancia. Nel conflitto a fuoco in Piemonte fra Brigate rosse e carabinieri venne ucciso l’appuntato 44enne Giovanni D’Alfonso. Quel giorno morì anche Mara Cagol, fondatrice delle Br e moglie di Renato Curcio. Quest’ultimo è alla sbarra con altri due brigatisti, cioè Mario Moretti e il reggiano Lauro Azzolini.
Non indifferente la posizione di Azzolini, ora 83enne, che dopo mezzo secolo ha confessato in aula nel marzo 2025 di essere stato presente e poi fuggito da quei tragici fatti e di recente, nel giorno delle arringhe difensive, ha fatto leggere al suo avvocato una lettera in cui ricorda la sparatoria e definisce quella dell’appuntato “una morte non voluta”, esprimendo per il carabiniere “il dovuto rispetto per un uomo che stava compiendo il suo dovere”. Rimarca che “la serenità si è infranta in quell’attimo di realtà inaspettata che ci è arrivata addosso” e lo smarrimento per uno sviluppo imprevisto che ‘”non doveva andare così”. Nel testo anche un ultimo saluto alla Cagol: “Ciao Mara, rivoluzionaria comunista. Te lo dovevo”.
Per Azzolini la difesa ha chiesto il riconoscimento della prescrizione, a fronte dei 21 anni di reclusione avanzati invece dall’accusa. Requisitoria che punta all’ergastolo per i leader storici Curcio e Moretti che a loro volta si dichiarano estranei alla vicenda e hanno chiesto l’assoluzione. I familiari di D’Alfonso si sono costituiti parte civile e puntano a risarcimenti per 4 milioni di euro.
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