REGGIO EMILIA – Sono la mano tesa, l’ufficiale di collegamento tra la strada e una delle strutture di accoglienza. Lo scopo che hanno è aiutare nell’emergenza, sì, ma principalmente creare percorsi. Chi è privo dei diritti fondamentali come potersi nutrire o avere un tetto sulla testa è facilmente agganciabile.
Lo spiega Luca Censi, direttore dell’Area socio-sanitaria della Papa Giovanni XXIII: “Il difficile è trovare percorsi adatti”.
Gli operatori sono sette, attivi tutti i giorni. Nel primo semestre del 2026 hanno incontrato 316 persone. Due terzi di queste hanno mantenuto il contatto: un ottimo dato. Il 40 per cento ha dichiarato di non avere una situazione abitativa stabile. “Ma non sono numeri sovrapponibili” dice Censi, che parla di “un flusso, un magma scarsamente incasellabile”.
La regolarizzazione, la casa, l’accesso alle cure: sono queste le necessità, che si incrociano con situazioni personali complesse e diversissime. Le cifre fotografano, ma raccontano fino ad un certo punto il lavoro degli operatori, che agiscono soprattutto sulla qualità e sulla prossimità. Il Covid ha fatto deflagrare il problema del consumo di sostanze.
“Ad oggi la cosa che segnaliamo tutti i giorni sono le problematiche legate al consumo di cocaina, crack ma anche alcool e psicofarmaci; vediamo moltissime donne, la parte più fragile”.
Due su tre degli interventi degli operatori dell’unità di strada sono stati proprio per “riduzione del danno” in situazioni di consumo di droga.
“Anche chi vive per strada non si sente sicuro. Il nostro ambito di intervento – conclude Censi – è stato investito negli ultimi anni dal tema della sicurezza urbana. Non ci sottraiamo, ma serve una ridefinizione importante. Secondo me un tema è riconoscere il valore degli operatori e cercare tutti insieme un ambito più definito di intervento”.









