REGGIO EMILIA – La Corte d’Appello di Roma ha confermato la responsabilità del Ministero per i danni causati da una trasfusione effettuata nel 1978 e ha riconosciuto anche quella della struttura sanitaria reggiana, riformando sul punto la sentenza di primo grado.
La vicenda riguarda un uomo che, dopo essere rimasto gravemente ferito in un incidente stradale, fu sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza durante il quale ricevette una trasfusione. Solo nel 1999 gli venne diagnosticata l’infezione da virus Hcv, l’epatite C, malattia che negli anni si aggravò fino a degenerare in un tumore al fegato, causandone la morte nel 2008. Secondo i giudici, l’ospedale non ha fornito la prova che le sacche di sangue utilizzate fossero state sottoposte ai controlli previsti dalla normativa dell’epoca.
La Corte ha inoltre confermato il nesso causale tra la trasfusione e il contagio, ribadendo la responsabilità del Ministero della Salute per l’omessa vigilanza sulla sicurezza del sangue destinato alle emotrasfusioni.
Ministero e Comune di Reggio sono stati condannati in solido a risarcire gli eredi della vittima con oltre 360 mila euro per danni biologici e morali. Al solo Ministero è stata inoltre attribuita la condanna al risarcimento della moglie e delle figlie per la perdita del rapporto parentale, per oltre 420 mila euro. Considerando rivalutazione monetaria, interessi e spese legali, il valore complessivo della sentenza supera gli 800 mila euro.
La condanna del Comune deriva dalla normativa che, dopo l’istituzione del Servizio sanitario nazionale nel 1978, ha trasferito ai Comuni i rapporti giuridici delle vecchie strutture ospedaliere. Per questo l’ente può essere chiamato a rispondere anche di vicende risalenti a quel periodo.
“Questa sentenza conferma un principio ormai consolidato: le vittime delle trasfusioni di sangue infetto e i loro familiari hanno diritto al pieno risarcimento quando viene accertata la responsabilità delle istituzioni coinvolte”, hanno commentato gli avvocati Chiara Del Buono e Pietro Frisani, che hanno seguito il caso.
Secondo i legali, la pronuncia è particolarmente significativa perché riconosce non solo la responsabilità del Ministero della Salute, ma anche quella della struttura sanitaria, ribadendo l’obbligo degli ospedali di dimostrare il rispetto delle norme di sicurezza e dei controlli nelle emotrasfusioni.









