REGGIO EMILIA – Don Luigi Guglielmi era un prete poliedrico: grande musicista, autore di brani che tuttora vengono cantati nelle liturgie ecclesiali, direttore della Caritas diocesana con un’attenzione straordinaria per i poveri e parroco di piccole comunità tra cui quella di Castellazzo, frazione in cui morì nel maggio del 1996. Don Gigi, com’era chiamato da tutti, ha lasciato una traccia indelebile nella storia della Chiesa reggiana. Nel 1993, durante un viaggio in Albania, terra in cui la Diocesi intendeva aprire una nuova missione, don Guglielmi fu colpito al volto dagli spari di una pistola. Rimase gravemente ferito e quando uscì dall’ospedale andrò in Procura a Reggio insieme al suo attentatore e firmò un atto di perdono incondizionato. Insieme a monsignor Guerrino Orlandini, fondò l’Istituto di musica e liturgia che oggi porta il suo nome.
Era nato in una famiglia numerosa nel 1945 a Borzano. 24 anni più tardi diventò prete insieme a suo fratello Tiziano che entrò nei padri bianchi e partì missionario per il Rwuanda. Lì nel paese africano padre Tiziano morì in un incidente aereo nel 1980 e don Gigi si prodigò per attivare in loco il progetto Amahoro con il quale nel nome del fratello combatteva la fame e l’odio razziale. Già nel 1989 scrisse parole che sembrano attualissime: “Amo una Chiesa meno in sagrestia e sui sagrati, che si espone di più nei quartieri a rischio, che perde un po’ di tempo a fianco dei malati e non li ghettizza. Insomma una Chiesa di frontiera, che non tiene sotto controllo i poveri perché non invadano e se non gli arrivano sotto casa, se li va a cercare alla stazione, nei casolari abbandonati o sulle strade per strappare le ragazze dal marciapiede”.
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