REGGIO EMILIA – “Non sono mai stato un giustizialista. Non mi sono voluto mai accanire sulla famiglia di Chesi. Accettiamo questa condanna anche se non è un gran che rispetto a quello che ci aspettavamo. Mio fratello era una persona pacifista, il diverbio è avvenuto all’esterno, successivamente è stato ucciso mentre era in casa, nudo. Sono aspetti che ancora mi fanno pensare”. A Parlare è Renzo Daveti è uno dei due fratelli di Stefano, vittima dell’aggressione avvenuta due anni fa a Morsiano di Villa Minozzo. Ieri la sentenza di condanna in abbreviato, a 8 anni e 2 mesi, inflitta al vicino di casa, Cristian Chesi. “Una condanna fin troppo lieve e per questo sconcertante”, dice il nostro intervistato.
Per i familiari di Stefano Daveti, che morì in ospedale per le sprangate subite nella sua abitazione, sono eccessive le attenuanti concesse dal giudice. Una tragedia assurda, motivo di dolore anche per la controparte processuale. “Non mi sono mai voluto accanire sulla famiglia di Chesi. Il padre non si è mai avvicinato per esprimermi solidarietà, non mi ha guardato negli occhi, forse tormentato da questa brutta storia. Un tormento che bene o male si portano dentro anche Cristian, la moglie e i figli. Sono dispiaciuto anche per loro”.
Renzo esprime profondo rammarico per l’ostilità che il fratello ha subito dalla gente del posto, dove si era trasferito per seguire la sua vocazione artistica. “E’ stato abbandonato, nessuno si è mai preso la briga di vedere quello che pensava e che faceva, l’hanno sempre osteggiato. Ero a contatto col sindaco di Villa Minozzo. Mi aveva garantito che i funerali erano a spese del Comune, mi è poi arrivata una cartella esattoriale di ingiunzione di pagamento. Tramite Facebook sono arrivati poi degli insulti rivolti a Rosamaria, la ex moglie di Stefano, dopo che di recente ha pubblicato un messaggio di ricordo”.
Tra novanta giorni saranno pubblicate le motivazioni della sentenza. Sulla decisione del giudice potrebbe avere influito anche la cifra già corrisposta ai familiari come risarcimento
“E’ probabile che il giudice l’abbia presa in considerazione ai fini della concessione delle attenuanti generiche”, spiega Domenico Noris Bucchi, l’avvocato che assieme al collega Leonardo Teggi in questi due anni hanno difeso Cristian Chesi. Riguardao alle dichiarazioni auto accusatorie rese in aula dal loro assistito, il legale spiega che “si è trattato della sua volontà, di una cosa che lui aveva maturato, giunta al culmine di un percorso iniziato da subito, dunque non improvvisata”.
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