REGGIO EMILIA – “Era un’Italia tormentata, in cui un gruppo di forze reazionare tentavano di sconvolgere l’equilibrio politico e costituzionale”. Così il giornalista Roberto Scardova. Un omicidio, quello di Alceste Campanile, che i nuovi elementi emersi e presentati nel convengo di lunedì scorso all’aula magna di Unimore, collocano pienamente all’interno della Strategia della tensione, attraverso cui gruppi eversivi neofascisti miravano a sovvertire il giovane stato democratico e repubblicano.
Un progetto che ha goduto l’appoggio di funzionari infedeli dei servizi segreti e praticato ricorrendo a calunnie e denunce anonime. Basti pensare che ancora nel 2009 e nel 2015, il pluri-condannato neofascista Mario Tuti in due distinte interviste rilanciò la tesi che il giovane militante reggiano di Lotta Continua fosse stato ucciso perché “sapeva troppo della strage dell’Italicus“, per la quale la magistratura avrebbe coperto la pista del terrorismo rosso. Un cumulo di falsità già precedentemente smentite dalla sentenza Italicus e dalla confessione di Paolo Bellini che nel 1999 aveva ammesso di aver ucciso Campanile.
Calunnie e denunce anonime che portarono al suicidio anche l’intellettuale reggiano Ennio “Nanni” Scolari, coinvolto nell’indagine sulla strage dell’Italicus da uno scritto anonimo arrivato alla Questura di Reggio. La tredicesima vittima della bomba fascista che nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 squarciò l’Appennino bolognese lasciando una lunga scia di morti e feriti.
Una strage cui seguì il tentativo di depistaggio, proprio come fu per Alceste Campanile e poi per la bomba alla Stazione di Bologna. Già il giorno dopo, in Parlamento, l’allora segretario del Msi Giorgio Almirante disse che la colpa della strage era della sinistra. La fonte era un bidello dell’Università di Roma, Franco Sgrò, che in un mese però cambiò almeno quattro versioni dei fatti. Nel novembre del 1974, il copione si ripete a Reggio. La Questura gira agli inquirenti una velina.
Il testo sostiene che Sgrò avrebbe sentito parlare della strage ascoltando i discorsi del suo vicino di casa a Roma: il reggiano Pietro Formentini, giovane intellettuale e futuro regista teatrale. Secondo l’anonimo, Formentini frequentava ambienti del Pci reggiano, in particolare il professor Ennio “Nanni” Scolari. È tutto falso, ma la macchina del fango è avviata. I magistrati capiscono subito che l’anonimo è spazzatura. Eppure, la burocrazia giudiziaria ha i suoi tempi e così otto anni dopo, Formentini e Scolari vengono convocati a testimoniare per escludere definitivamente la pista. Per il docente universitario e responsabile cultura del Pci, l’idea di essere accostato a quel fango è insopportabile. Cade in una profonda depressione.
Il giorno prima dell’udienza, si toglie la vita. Lascia una lettera al Presidente della Corte per spiegare che non aveva nulla da dire al processo Italicus. La sentenza del 20 luglio 1983 userà parole durissime, definendo la nota della Questura del novembre ’74 un “mezzo di informazione oltremodo subdolo e vile”, che ha determinato il suicidio di un innocente.
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