REGGIO EMILIA – È una discussione delicata, che tocca i diritti dei cittadini e il rapporto tra istituzioni, salute e autodeterminazione. La legge regionale dell’Emilia-Romagna sul suicidio medicalmente assistito, approvata nel luglio 2026, è stata impugnata dal Governo.
La norma consente il suicidio assistito ai pazienti con malattie irreversibili, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, dipendenti da trattamenti di sostegno vitale e pienamente capaci di decidere in modo libero e consapevole. Il percorso è organizzato attraverso la Commissione di valutazione multidisciplinare con la possibilità di acquisire il parere del medico di famiglia e un parere non vincolante, del comitato regionale per l’etica clinica con sede all’Ausl di Reggio.
Non è la prima impugnazione: Toscana e Sardegna erano già state portate davanti alla Corte nel 2025, che aveva confermato la possibilità per le Regioni di normare l’organizzazione sanitaria senza intervenire sui requisiti fondamentali. Il presidente De Pascale rivendica la qualità del sistema regionale delle cure palliative. Il Governo contesta invece la mancata garanzia di un percorso realmente personalizzato di cure palliative, ritenuto essenziale dalla Corte costituzionale, e richiama l’aumento dei fondi nazionali destinati proprio alle cure palliative, oggi pari a 140 milioni.
In questo quadro, Reggio resta un osservatorio privilegiato: da anni il servizio Informare segue con continuità il tema del fine vita e il territorio reggiano è spesso citato come modello per la qualità delle cure palliative e la presa in carico dei pazienti.
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