[dav.b.] MANTOVA – La Sonnabend Collection è indubbiamente riconosciuta come una delle più importanti e più influenti raccolte private di arte moderna e contemporanea del Novecento, ed è ora visitabile nella vicina Mantova. Realizzata nel corso degli anni dalla gallerista e mercante d’arte Ileana Sonnabend insieme al marito Michael Sonnabend e al figlio adottivo Antonio Homem (scomparso il mese scorso), la collezione è costituita da 94 opere d’arte realizzate dai primi anni Cinquanta fino ai primi anni Duemila da diversi artisti europei ed americani, ed è il risultato di anni di studi e di ricerche da parte di una delle più grandi studiose ed esperte di arte del mondo (la quale non tardò, in quanto tale, ad ottenere la totale fiducia di numerosi artisti che le riconoscevano il suo indiscusso talento nel sapere riconoscere la qualità e l’innovazione nell’arte, così come nel lanciare talenti emergenti), che ha saputo da un lato mostrare la propria visione della storia dell’arte, anticipando e diffondendo correnti artistiche che sarebbero poi divenute famose in tutto il mondo, e dall’altro lato creare un ponte ideale di conoscenza tra due mondi e due culture, facendo conoscere l’arte europea in America e l’arte americana in Europa. Il tutto con, sullo sfondo, quello straordinario laboratorio di contaminazioni che furono New York e in particolare la discoteca Studio 54.
Un tesoro che, rimasto senza casa, ha trovato accoglienza a Mantova, all’interno dello storico Palazzo della Ragione nella centralissima piazza Erbe. Ha aperto i battenti a fine novembre e ha da subito attirato la curiosità di migliaia di visitatori. Un risultato straordinario, frutto di un incontro casuale a New York tra il sindaco di Mantova Mattia Palazzi (sopra la sua video dichiarazione) e Homen. Così la collezione ha trovato una nuova casa, grazie anche al coinvolgimento di Marsilio Arte con l’allestimento ad opera di Unostudio – Architetti Associati e la sponsorizzazione di Bper Banca, e con la direzione artistica di Mario Codognato. Il resto della narrazione è legato all’amore di Ileana Sonnabend per l’architettura italiana, e al desiderio del Comune di istituire un ideale collegamento tra la gallerista e Isabella d’Este, Marchesa di Mantova tra il XV e il XVI secolo come sposa di Francesco II Gonzaga e grande mecenate del Rinascimento.
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Il percorso espositivo e le opere
La prima sala si apre sulle origini della collezione Sonnabend, ponendo l’accento sul momento di transizione dall’Espressionismo Astratto al nuovo interesse per la rappresentazione della realtà emerso alla fine degli anni Cinquanta. Le opere di Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Cy Twombly e James Rosenquist rappresentano il versante americano di questa ricerca, testimoniando la nascita di un linguaggio che rinnova la pittura attraverso l’uso di immagini e oggetti quotidiani. Nella stessa direzione si muovono le opere di Jim Dine e John Chamberlain, che traducono la gestualità pittorica in termini materici e tridimensionali. Il dialogo con l’Europa è rappresentato dai lavori di Mario Schifano e Michelangelo Pistoletto, protagonisti di una nuova sensibilità realista italiana, e da Arman e Christo, legati al gruppo del Nouveau Réalisme. Insieme, queste presenze delineano il programma internazionale della galleria, che fin dagli esordi promuove un confronto tra le nuove tendenze artistiche americane ed europee.

Roy Lichtenstein, Little Aloha, 1962. Acrilico su tela, 112 x 107 cm. In prestito dalla Sonnabend Collection Foundation © Estate of Roy Lichtenstein by SIAE 2025
La seconda sala è dedicata alla Pop Art, movimento che Ileana Sonnabend intuisce e promuove in Europa con straordinaria precocità. Le opere di James Rosenquist, Andy Warhol, Tom Wesselmann e Roy Lichtenstein segnano il superamento della gestualità pittorica a favore di immagini dai colori piatti e brillanti, derivate dalla pubblicità e dai mass media. In dialogo con loro, le sculture di Claes Oldenburg e George Segal traducono la realtà quotidiana in forme tridimensionali, tra ironia e immediatezza. La sala testimonia come la visione di Sonnabend abbia colto nella Pop Art non una critica alla società dei consumi, ma la capacità di trasformarne l’immaginario in un nuovo linguaggio artistico universale.
La terza sala esplora il Minimalismo degli anni Sessanta che, parallelamente alla Pop Art, si afferma come reazione all’intensità emotiva dell’Espressionismo Astratto, privilegiando forme essenziali, materiali specifici e chiarezza strutturale. Donald Judd e Robert Morris abbandonano la pittura per confrontarsi direttamente con lo spazio e la materia, mentre Larry Bell e John McCracken approfondiscono luce, trasparenza e colore come elementi strutturali della scultura. Il percorso include anche pratiche concettuali, con i wall drawings di Sol LeWitt, le installazioni rigorose di Mel Bochner e Barry Le Va e i Text Paintings di John Baldessari, opere che mettono in discussione la proprietà e la permanenza dell’oggetto artistico. Chiude il percorso Peter Halley, che negli anni Ottanta reinterpreta la geometria minimalista in chiave urbana e sociale. La sala racconta così il passaggio da una ricerca di riduzione formale a un’indagine sul significato stesso dell’opera.

John Baldessari, Grimm’s Fairy Tales_ The Story of One Who Set Out to Study Fear, 1982. 11 fotografie in bianco e nero, una fotografia a colori, un pannello di testo (acrilico su tavola) 213.4 × 182.9 c
La quarta sala presenta le ricerche degli anni Sessanta che sviluppano e superano il Minimalismo, concentrandosi sul rapporto con lo spazio e la dialettica tra forma e materiale. Robert Morris esplora il concetto di Anti-Form con i suoi Felt Pieces, opere in feltro dove gravità e processo determinano forma e dimensione. Bruce Nauman trasforma il suono in materiale plastico e utilizza il corpo nei primi film per dialogare con lo spazio, coinvolgendo lo spettatore in modo diretto. Richard Serra sperimenta materiali non convenzionali come gomma vulcanizzata e piombo, creando sculture che assumono forme spontanee in relazione al peso e allo spazio. Keith Sonnier integra luce e trasparenza in installazioni al neon, trasformando l’energia luminosa in esperienza sensoriale e psicologica. La sala mostra come questi artisti condividano la tensione a superare le forme chiuse del Minimalismo, privilegiando processo, materia e interazione con lo spettatore.
La quinta sala celebra l’Arte Povera italiana, introdotta da Ileana Sonnabend alla fine degli anni Sessanta grazie al suo legame privilegiato con l’Italia e alla conoscenza diretta degli artisti torinesi e piemontesi, in particolare attraverso Michelangelo Pistoletto e la vivace scena artistica di Torino. La selezione di questa sala include Jannis Kounellis, Gilberto Zorio, Mario Merz, Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari e Giulio Paolini, protagonisti di un movimento che esplora materiali poveri, processi fisici e chimici, equilibrio tra elementi e interazione poetica con lo spazio. Le opere esposte nella sala mettono in evidenza la varietà dei percorsi individuali e, allo stesso tempo, la comune attenzione alla riduzione all’essenziale e al rapporto diretto con i materiali, con richiami alle ricerche di Anti-Form e a esperienze precedenti come quelle di Mario Schifano.

Mario Schifano, Tempo moderno, 1962. Smalto, carta su tela, 180 x 180 cm. In prestito dalla Sonnabend Collection Foundation © Mario Schifano by SIAE 2025
La sesta sala esplora le ricerche artistiche degli anni Settanta tra performance, fotografia e concettualismo. John Baldessari rielabora fotografie trovate in chiave narrativa e simbolica, mentre Gilbert & George trasformano il proprio corpo in “scultura vivente” tramite l’uso del mezzo fotografico. Vito Acconci porta la corporeità al centro dell’opera, fondendo azione fisica e implicazioni psicologiche. Christian Boltanski lavora sulla memoria personale e collettiva con installazioni fotografiche che parlano all’identità universale. Piero Manzoni concepisce il corpo come mezzo di condivisione, avvicinando idealmente la fisicità delle azioni di Acconci all’attenzione di Boltanski per l’identità collettiva. Bernd e Hilla Becher, con i loro studi in bianco e nero di architetture industriali, coniugano rigore e minimalismo, mostrando come la fotografia possa diventare linguaggio concettuale.
La settima sala mette in luce l’esplorazione dei linguaggi sperimentali degli anni Settanta tra pratiche performative, fotografiche e video. William Wegman trasforma il suo cane in soggetto di ironici scatti. Boyd Webb costruisce tableaux vivants che mescolano quotidiano e assurdo; Andrea Robbins e Max Becher documentano spostamenti culturali e geografici; Luigi Ontani, così come Anne e Patrick Poirier riflettono sul passato attraverso travestimenti e ricostruzioni storiche, mentre Hiroshi Sugimoto cattura il tempo in immagini sospese e atemporali. Richard Artschwager, unico non fotografo della sezione, trasforma oggetti quotidiani in spazi stranianti.
L’ottava sala racconta le ricerche artistiche degli anni Ottanta, caratterizzate dall’ambiguità della percezione e dal superamento dell’umano. Terry Winters e Carroll Dunham trasformano la pittura in processi organici, con segni e forme che evocano organismi biomorfici. Peter Fischli e David Weiss giocano con il quotidiano, tra fotografia, video e sculture, trasformando oggetti banali in presenze enigmatiche. Robert Feintuch mescola ironia e tensione psicologica attraverso la figurazione, mentre Rona Pondick esplora corpi in metamorfosi, unendo calchi realistici a forme ibride. La sala mette in luce la capacità di questi artisti di spiazzare lo spettatore giocando con il confine tra realtà e immaginazione.
La nona sala esplora il dialogo tra fotografia e pittura, mostrando come il medium fotografico possa confrontarsi con la storia della pittura senza annullarla. Candida Höfer, formatasi nella Scuola di Düsseldorf, restituisce interni pubblici silenziosi e rigorosi, indagando la “psicologia dell’architettura sociale” attraverso l’assenza delle persone. Elger Esser e Lawrence Beck reinventano il paesaggio come spazio di memoria e contemplazione, evocando vedute storiche con precisione compositiva e luce delicata, mentre Clifford Ross, partito dalla pittura e dalla scultura, sperimenta tecniche digitali e supporti inusuali per catturare la grandiosità della natura. Matthias Schaller rende omaggio alla pittura attraverso fotografie di grandi formati dedicate alle tavolozze dei maestri, tra cui Paul Cézanne, rivelando un dialogo intrinseco tra i due linguaggi. Questi artisti, presenti in galleria dagli anni Novanta fino alla chiusura del 2014, confermano come fotografia e pittura possano coesistere, generando nuove possibilità di linguaggio e di visione.

Anselm Kiefer, Wege der Weltweisheit_ Die Hermannsschlacht, 1978. Collage di xilografie su carta montate su tela, con acrilico e gommalacca, 234 x 277 cm. In prestito dalla Sonnabend Collection Foundation
La decima sala esplora il Neo-Espressionismo tedesco con Anselm Kiefer, Jörg Immendorff e A.R. Penck. Le opere di Kiefer stratificano storia, mito e ideologia, affrontando il trauma della memoria collettiva tedesca; Penck presenta figure totemiche e simboliche che conquistarono subito il pubblico americano; Immendorff trasforma soggetti quotidiani in allegorie oniriche e politicamente cariche. La sala mostra come questi artisti condividano un approccio in cui pittura e storia s’incontrano, trasformando simboli e memoria in strumenti di riflessione e resistenza culturale, aprendo nuove prospettive per il dialogo tra arte, politica e memoria collettiva.
L’undicesima e ultima sala presenta Jeff Koons, Haim Steinbach e Ashley Bickerton, protagonisti della stagione Neo-Geo americana degli anni Ottanta. Koons trasforma oggetti quotidiani e icone popolari in sculture monumentali, celebrando il kitsch con una sorprendente autonomia creativa. Steinbach dispone oggetti comuni su mensole, restituendo un equilibrio formale che dialoga con la tipologia concettuale dei Becher e con la tradizione Pop, dove il quotidiano diventa materia poetica. Bickerton, invece, fonde rigore geometrico e colori di ispirazione Pop in opere che evocano il Minimalismo per poi sovvertirne i codici, trasformando superfici e strutture in riflessioni sull’identità e sulla percezione. Insieme, gli artisti reinterpretano l’eredità della Pop e del Concettuale in un linguaggio nuovo e lucidamente contemporaneo, capace di trasformare la cultura di massa in icona dell’arte del tempo.
In occasione dell’apertura, il museo ospita anche un focus temporaneo dedicato agli Screen Tests di Andy Warhol, ritratti filmati di un centinaio di personaggi diversi realizzati tra il 1963 e il 1966. In questi cortometraggi in bianco e nero, Warhol filmò sia visitatori famosi dello studio – tra cui Allen Ginsberg, Dennis Hopper, Salvador Dalí, Susan Sontag, Bob Dylan, Marcel Duchamp e Lou Reed – che persone comuni, trasformandoli in “ritratti viventi”. Vengono presentati ventuno film della durata di circa quattro minuti ciascuno, selezionati dalla Sonnabend Collection Foundation in collaborazione con la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts e l’Andy Warhol Museum di Pittsburgh.
Ileana Sonnabend: la biografia
Nata nel 1914 a Bucarest, in Romania, in una famiglia borghese ebrea, Ileana Schapira dimostra già da ragazzina un notevole interesse per l’arte e per la cultura. Trasferitasi poi a Parigi nel 1935 con il primo marito Leo Castelli (dove nel 1937 nasce sua figlia Nina Castelli Sundell), coltiva l’interesse per l’arte frequentando gallerie, teatri e musei. E continua a farlo anche quando, nel 1941, si trasferiscono a New York, dove ottengono entrambi la cittadinanza americana e dove iniziano a frequentare artisti come i pittori espressionisti Jackson Pollock e Robert Motherwell, divenendo anche per questo grandi sostenitori della corrente dell’Espressionismo astratto. È poi nel 1957 che Castelli apre la sua prima galleria d’arte con il supporto della moglie: ma nel 1959 i due divorziano, ed Ileana sposa Michael Sonnebend, conosciuto mentre studiava con l’ex marito alla Columbia University.

Ileana Sonnabend
Dal 1961 i coniugi (complice il fallimento di una galleria d’arte che non sono riusciti ad aprire a Roma) iniziano la loro attività di mercanti d’arte, acquistando alcune opere di Mario Schifano.
Nel 1962, trasferitisi a Parigi, aprono la Galleria Sonnabend, che diviene in breve tempo un punto di riferimento internazionale. Verso la fine del 1968 i coniugi conoscono Antonio Homem, che decidono di adottare e che diventa un loro assiduo collaboratore; nel 1970 aprono una seconda sede della Galleria Sonnabend a New York, con l’intento di diffondere negli Stati Uniti le opere degli artisti stranieri, alla quale ne segue una terza nel 1971 nel quartiere di Soho. Nel corso degli anni Ottanta i coniugi chiudono la sede di Parigi, per concentrare l’attività a New York e per promuovere il lavoro di giovani artisti emergenti come Peter Halley e Jeff Koons. Nel 2000 la Galleria Sonnabend viene trasferita da Soho all’esclusivo quartiere di Chelsea, dove resta fino al 2014.
Nel 2009, dopo la scomparsa di Ileana (avvenuta nel 2007 a Manhattan, a New York), i figli Nina Castelli Sundell ed Antonio Homem fondano la Sonnabend Collection Foundation a New York, che ha il compito di preservare e diffondere la conoscenza dell’imponente collezione di opere d’arte riunite dai coniugi Sonnabend. Per mezzo del suo meticoloso lavoro di studiosa d’arte e di ricercatrice e attraverso le sue tre gallerie d’arte, Ileana Sonnabend è stata in grado di essere tra i primi a cogliere e a diffondere le varie correnti artistiche che hanno segnato l’immaginario collettivo, arrivando a creare una sorta di mappa della creatività contemporanea.
(ha collaborato Federico Parmiggiani)







