REGGIO EMILIA – Seconda in regione per percentuale di aumento degli sfratti, quarta per pressione sugli uffici giudiziari con 927 richieste di esecuzione. I dati ufficiali del Ministero dell’Interno per il 2025 certificano che Reggio vive una profonda emergenza abitativa come denuncia oggi il sindacato degli inquilini Sunia Cgil. I numeri sono inequivocabili: 286 provvedimenti di sfratto esecutivo emessi nel 2025, tutti per morosità, con un’impennata del +15% e 174 sfratti eseguti, in aumento del 6%, con le famiglie colpite, suddivise quasi equamente tra il capoluogo e la provincia.
“C’è un dato politico e sociale su cui occorre fare chiarezza immediata – spiega Carlo Veneroni, segretario Sunia Reggio Emilia -: il 100% dei provvedimenti esecutivi emessi a Reggio Emilia è riconducibile a morosità incolpevole. Non registriamo un solo sfratto per finita locazione. Significa che le famiglie reggiane non vengono cacciate perché il proprietario deve rientrare in possesso del bene, ma semplicemente perché non ce la fanno più a sostenere canoni di locazione che negli ultimi anni sono schizzati alle stelle, a fronte di salari reali e pensioni fermi al palo”.
Un dramma che si consuma in un mercato privato della locazione ingessato, dove trovare un alloggio a canoni accessibili è diventato un’impresa per lavoratori precari, giovani e famiglie. Di fronte a questo scenario, la risposta del Governo viene giudicata dal sindacato degli inquilini non solo del tutto insufficiente, ma dannosa. Sotto accusa ci sono il nuovo Piano Casa e il cosiddetto “Decreto Sfratti”, accusati di voler accelerare l’uscita delle famiglie dalle abitazioni tramite “ingiunzioni lampo”, senza offrire valide alternative abitative e scaricando la crisi sociale sui Comuni e sui servizi sociali.
Conclude Veneroni: “Sono risposte insufficienti che finiscono per essere dannose. Si sceglie di velocizzare le procedure di cacciata da casa senza offrire alcuna alternativa abitativa e scaricando l’impatto sociale sui Comuni e sui servizi sociali già saturi. Prevedere l’alienazione delle case popolari per destinare i proventi al taglio del debito pubblico significa fare cassa sulla pelle dei più fragili. La casa non può essere trattata come una merce o una variabile di bilancio”.
Per questo il Sunia chiede un cambio di rotta immediato: il ripristino dei fondi di sostegno all’affitto, risorse reali per recuperare gli alloggi pubblici sfitti e maggiori poteri ai Comuni per porre un freno alla proliferazione degli affitti brevi.
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