REGGIO EMILIA – Nei prossimi 25 anni l’Italia perderà 6,7 milioni di persone in età lavorativa a causa dell’uscita dei baby boomer dal mercato. Questo crollo colpirà l’intero Paese, ma la provincia di Reggio Emilia saprà contenere i danni. Secondo l’ufficio studi Lapam Confartigianato, il calo della popolazione attiva reggiana si fermerà al -11,9%, contro una media nazionale drammatica del -19,8%. Il dato posiziona il territorio tra i primi 20 in Italia per capacità di tenuta. Anche la contrazione degli under 35 sarà inferiore alla media nazionale (-12,1% rispetto al -19,1% italiano).
Se a livello nazionale la “fuga dei cervelli” resta una ferita aperta, l’Emilia-Romagna dimostra una forte capacità di reazione. Pur registrando un saldo negativo di 1.613 laureati verso l’estero, la regione è riuscita ad attrarne ben 3.592 da altre zone d’Italia. Reggio Emilia eccelle per i servizi alle giovani famiglie (come la rete dei nidi), l’equilibrio tra redditi e costo della vita, la qualità della formazione e le reali opportunità d’impiego.
Nonostante l’ottimo posizionamento, restano alcune ombre. L’elevata età media dei lavoratori e la bassa imprenditorialità giovanile frenano il ricambio generazionale. I giovani che vogliono fare impresa si scontrano ancora con costi di gestione elevati e reti di contatti deboli. L’Emilia-Romagna conta comunque oltre 31 mila imprese giovanili, dove un terzo opera nell’artigianato. Questo settore si conferma un pilastro economico e sociale, specialmente nelle aree montane e interne, dove l’artigianato impiega un quinto degli addetti totali.
“Diventa essenziale valorizzare la trasmissione delle competenze e la formazione continua – evidenzia Daniele Mazzini, presidente Lapam Confartigianato di Modena e Reggio – Le piccole imprese stanno rispondendo alla crisi evolvendosi, creando reti di collaborazione e puntando sull’innovazione. Questo cambiamento positivo è guidato da una quota sempre più alta di laureati, sia tra gli imprenditori sia tra i dipendenti”.










