REGGIO EMILIA – Siamo abituati a chiamarli, o a definirli genericamente, i “senza fissa dimora”, ma la fragilità ha tanti volti. Sono 450 attualmente le persone a Reggio in uno stato di forte difficoltà abitativa: da chi ha perso la casa da un giorno all’altro ed è inserito in un percorso di accoglienza, a chi ha un’abitazione temporanea, a chi è ospite da parenti o amici. E poi c’è chi, e sono duecento circa, non ha un tetto sulla testa. Uomini nella stragrande maggioranza dei casi, età media 30-35 anni, uno su quattro è italiano. La zona della stazione come casa a cielo aperto.
“E’ un numero in sé alto, ma non è un fenomeno singolo ed eccezionale di Reggio, si innesta sul tema delle difficoltò abitative, c’è gente che ha un lavoro ma non ha una casa. Reggio è già strutturata con molte accoglienze. A fronte di questi numeri, altrettanti se non di più ne accogliamo costantemente”, spiega Antonio Costantini, dirigente del Servizio Contrasto alle Povertà Urbane del Comune di Reggio.
Un paradosso quasi, una specie di mondo al contrario, che accade quando il proprio nome suscita paura e diffidenza. La rete di Comune, unità di strada, Caritas, Ausl e associazioni, che censisce le persone, cerca di trovare un percorso adatto alle diverse condizioni a seconda che si trovi davanti una persona senza un lavoro, o con problemi di dipendenza da droghe o di salute mentale. Il tema però non è solo abitativo. “E’ importante individuare luoghi dove le persone che sono in strada possano strade, ma è importante dare un ricovero non solo notturno. C’è un tema di intercettazione delle persone. Non basta creare un luogo per far sì che la gente ci vada”, chiosa Costantini.
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