REGGIO EMILIA – Cinque anni fa terminava il progetto Reggiane Off. Il 10 settembre 2021 le ultime 12 persone che vivevano nei capannoni delle ex Officine Meccaniche Reggiane vennero fatte uscire. Non accadde da un giorno all’altro: ci vollero nove mesi. A un’attività meramente securitaria venne preferita un’azione progettuale: si scelse di non sgomberare in pochi giorni, spostando il problema da quella zona della città a un’altra, ma di inserire nel corso del tempo quelle 150 persone in percorsi abitativi e lavorativi che fossero una soluzione permanente.
Daniele Marchi, all’epoca assessore al Welfare e oggi presidente del Ceis, rivendica l’azione di quella regìa unica composta da Comune, Diocesi, Ausl e associazioni. “Quando si agisce insieme, come per fortuna a Reggio accade ancora, si fanno le cose fatte bene”. E allora, chi sono le persone che oggi vivono senza fissa dimora in stazione, spesso occupando cantine e garage? Che a volte in quegli spazi ci muoiono da soli, come accaduto alla 41enne qualche settimana fa? Marchi ricorda l’ultima volta in cui fu lui a fare l’incrocio di nomi e presenze: era la primavera del 2024. “Il 98% non era delle ex Reggiane“.
Se non esiste una soluzione certa, è altrettanto chiaro come riuscire a creare le condizioni che costituiscano un futuro per le persone sia la chiave principale. Marchi parla della necessità della prossimità: andare a cercare gli invisibili, non accorgersi di loro solo se delinquono o fanno accesso al pronto soccorso. L’impianto normativo nazionale non aiuta. La ferita più grande, in questo senso, sono i minori stranieri non accompagnati, accolti anche dal Ceis nelle comunità educative. “Ne abbiamo cinque, la stragrande maggioranza dell’utenza è composta dai minori soli, aumentati esponenzialmente negli ultimi 4 anni”, ha concluso Marchi.
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