REGGIO EMILIA – “Gli agenti della Digos sono entrati in casa, cercavano me, titolare dell’utenza telefonica, e mio figlio, perché faceva parte di una chat su WhatsApp che si riferiva alle proteste del 17 ottobre in cui erano state dette cose molto gravi”.
Daniela, nome di fantasia per tutelare il figlio minorenne, sabato mattina ha avuto un brusco risveglio. Tre agenti della Digos, su mandato della questura di Monza e della Brianza, sono entrati nella sua casa di Reggio e hanno cercato ovunque delle armi. L’autorità giudiziaria stava indagando sui disordini e i vandalismi che si sono verificati a Milano il 17 e il 18 ottobre. Il figlio minorenne di Daniela risultava iscritto a una community su WhatsApp in cui si organizzavano proteste in tutta Italia. In questa chat erano stati diffusi messaggi che istigavano alla violenza e video con armi. “Ma mio figlio – spiega Daniela – non aveva mai interagito. E’ una community nazionale con dei gruppi locali, e lui era nel gruppo di Reggio, era li per avere informazioni sulla manifestazione di Reggio”.
Nonostante ciò, il ragazzo è stato prelevato da scuola, interrogato a lungo e gli è stato sequestrato il cellulare. E’ risultato poi totalmente estraneo ai fatti ma Daniela, che lavora nel campo dell’educazione ed è sempre molto attenta ai figli, si pone ora diversi interrogativi su quanto accaduto. “Solo la presenza su un gruppo, con lo scopo di informarsi, può dare adito a diversi problemi. Come genitori dovremmo prestare molta attenzione ai social e vedere dove i nostri figli si informano e in che modo”.
Reggio Emilia Digos proteste studenti casa perquisita







