REGGIO EMILIA – Uscita dalle distruzioni della guerra, la Reggio del 1951, in piena fase di ricostruzione e ampliamento del tessuto urbano, accolse con ammirazione la nascita del “grattacielo” di porta S. Pietro, visto come emblema di progresso che giustificava la demolizione di una delle due gabelle ottocentesche della cinta daziaria.
L’impresa edile Degola & Ferretti affidò alla Cooperativa architetti e ingegneri il compito della progettazione. Le immagini della fototeca Panizzi mostrano i resti delle antiche mura della porta medievale riportati alla luce durante gli scavi per le fondamenta.
Tutte le città, Reggio Emilia compresa, desideravano avere un simbolo di questa visione verso la modernità. Per tantissimi anni fu il palazzo più moderno della città e attraverso alcuni dispositivi anche tecnologici era effettivamente molto all’avanguardia.
Dodici piani in altezza, ripartiti in tre ali per cogliere meglio la luce in ognuno dei 32 appartamenti, un attico panoramico, riscaldamento centralizzato a pavimento, spazi commerciali, i comfort dei modelli americani: il grattacielo fu subito scelto come residenza dalla nuova borghesia imprenditoriale reggiana, compresi i due costruttori Degola e Ferretti.
Il progetto prevedeva il raddoppio, con un edificio gemello al posto dell’altra gabella, ma incontrò il veto della Soprintendenza alle Belle Arti e gli stessi progettisti si dissero disinteressati a ripetere l’esperienza.
Dopo settant’anni, nel 2022, col Superbonus 110% è stato attuato un rifacimento integrale dell’involucro, con adeguamento sismico, contenimento dei consumi energetici tramite cappotto di lana di roccia. Il palazzo simbolo della Reggio del Novecento, ha ripristinato il suo look.
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