REGGIO EMILIA – Stabilità occupazionale, sviluppo economico e contrasto allo spopolamento. La Regione mette in campo 2 milioni per 132 comuni montani e delle aree interne, 11 nel reggiano. La misura concede contributi a fondo perduto fino a 15.000 euro per le nuove assunzioni a tempo pieno, a condizione di mantenere il rapporto di lavoro per almeno 12 mesi. Con premialità di 2.000 euro per le piccole e medie imprese, l’assunzione di lavoratrici donne e di over 45. Il bando è riservato al reinserimento di chi ha perso un impiego a tempo indeterminato e consente fino a 10 assunzioni per azienda.
“È un provvedimento unico nello scenario nazionale. Abbiamo deciso di mettere 2 milioni di euro, ma abbiamo motivo di pensare che ci sarà una risposta importante e vogliamo fare un’operazione strutturale, non è un’operazione spot”, dice il vicepresidente della Regione Vincenzo Colla.
“Ci sono meno risorse per la montagna d’oggi di quante non ne avevamo due anni fa. Questo è l’effetto, diciamo, delle politiche di Caldaroli e di Meloni. Noi stiamo provando a fare un’operazione opposta, cioè rimettere al centro l’Appennino quando si parla di lavoro, quando si parla di turismo, quando si parla di investimenti”, le parole di Davide Baruffi, assessore regionale alla Montagna.
Nell’Appennino reggiano, tra il 2013 e il 2023, evidenzia Confcooperative Terre d’Emilia, esprimendo apprezzamento per la misura regionale, i lavoratori sono cresciuti solo del 3,4% (raggiungendo quota 11.300), a fronte di un +9,5% a livello provinciale, mentre le imprese attive sono scese del 5%, e ora sono poco meno di 4.500.
Un intervento che guarda al futuro e vuole dare una prima risposta ai quesiti sollevati dai giovani che risiedono in Appennino raccolti dalla ricerca della Camera di Commercio dell’Emilia, presentata al Teatro Bismantova di Castelnovo Monti. I residenti nella montagna reggiana tra i 18 e i 35 anni sono 7263 il 17% del totale. I ragazzi esprimono un forte legame di appartenenza e apprezzano la bellezza e la sicurezza della loro terra. Tuttavia, emergono forti ombre, solo il 37% rimarrebbe nel proprio Comune. Per restare vorrebbero più sanità, scuola, servizi sociali, cura dei boschi e possibilità culturali e sportive.
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