REGGIO EMILIA – “La prevenzione, non è catastrofismo”. Così Fabrizio Giorgini, presidente dei geologi dell’Emilia Romagna, a Decoder, ha sottolineato l’importanza di sottoporre tutte le opere a una valutazione preventiva per scongiurare rischi futuri: “il dissesto idrogeologico e i cambiamenti climatici sono realtà con cui confrontarsi seriamente”, ha spiegato.
Ancora di più questo esame preventivo dovrebbe essere fatto in un territorio come quello reggiano dove, secondo i dati di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ci sono più di 10mila abitanti e 11mila edifici a rischio frana e oltre 400mila abitanti a rischio alluvione. Anche per questo i geologi hanno voluto presentare le loro osservazioni al Commissario straordinario per la Diga di Vetto Stefano Orlandini, ma senza prendere posizione sul sì o sul no.
“Non entriamo nel merito della scelta, se fare o meno l’opera – ha chiarito Giorgini – Abbiamo però il dovere di evidenziare che le frane attive o quiescenti nelle aree valutate sono più di sessanta e non dieci come indicato nel Docfap”
Frane che hanno l’acqua con motore propulsore, ecco perché a Cà Lita di Baiso dove c’è il fronte più attivo e complesso in territorio reggiano si sta cercando di far seccare il più possibile la terra, per poi poter procedere al consolidamento del versante. Ma più ancora delle frane sono i corsi d’acqua a preoccupare e in questo caso l’invito di Giorgini è quello di studiare ogni intervento in modo puntuale. “Non bisogna agire ovunque nello stesso modo – spiega – tra montagna, pianura e foce ci sono esigenze diverse e interventi differenti da fare per mettere in sicurezza i corsi d’acqua. Lo stesso vale per gli argini e gli alvei. Ogni intervento, a cominciare da quelli di disboscamento, deve essere valutato in modo puntuale”
Il rischio vero è che con i cambiamenti climatici in corso, nella battaglia contro il dissesto idrogeologico si debba arrivare anche a scelte drastiche come la delocalizzazione di alcune famiglie, come sta succedendo a Niscemi, o la rottura volontaria degli argini in punti prestabiliti
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