REGGIO EMILIA – “Che bilancio faccio? Io sono arrivata qui nel settembre 1996, quindi questo tribunale è stato un po’ la mia vita. Credo di lasciare un buon tribunale, non per merito mio, ma per merito delle persone che hanno lavorato con me tutti questi anni”.
Cristina Beretti ha già cominciato a liberare l’ufficio in cui ha lavorato per dieci anni e che dal 9 novembre sarà del nuovo presidente Carlo Alberto Indellicati. In lei prevalgono la serenità e il desiderio di tornare a fare solo il mestiere di giudice.
“Col tempo ho capito che questo è un lavoro di responsabilità, che ti fa vivere sempre con il dubbio. Ti metti in discussione ogni volta”.
In questi anni la porta dell’ufficio di Cristina Beretti è sempre stata aperta, per i colleghi, per i collaboratori e per gli avvocati. Qual è la prima cosa che farebbe se si trovasse per magia sulla poltrona di ministro della Giustizia? “Doterei tutti i tribunali di un dirigente amministrativo. A Reggio in questi dieci anni io l’ho avuto solo per dieci mesi. Mi sembrava di sognare”.
La Beretti ha fatto parte della corte del processo Aemilia, di quello per l’omicidio di Saman e ha seguito tanti altri casi che hanno avuto grande eco mediatica. Ma se le si chiede qual è il processo più importante che ha fatto, la sua risposta è questa: “Sarà banale, ma i processi sono tutti importanti. Tutti”.
Dal terzo piano del palazzo di giustizia, Cristina Beretti ha vissuto gli affanni del sistema, le carenze d’organico (che restano forti tra il personale amministrativo), il fenomeno dei processi in tv e sui giornali che condizionano quelli veri, il proliferare delle norme e dei giri di vite. Ma inasprire le pene serve a scoraggiare le persone dal commettere reati? “Non credo che inasprire la pena riduca i reati, anzi non è così“.
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