REGGIO EMILIA – “La risposta vera alla sofferenza non è la soppressione del sofferente”. Lo scrivono in una nota l’associazione reggiana dei giuristi cattolici e azione cattolica intervenendo nel dibattito che si é acceso dopo l’approvazione, lo scorso 23 luglio, della Legge regionale sul suicidio medicalmente assistito. Con questo atto la nostra Regione é diventata così la terza in Italia, dopo Toscana e Sardegna, a dotarsi di una normativa specifica sul tema in assenza di una legge nazionale.
L’obiettivo della norma è regolamentare l’accesso al suicidio medicalmente assistito per i pazienti con malattie irreversibili e sofferenze intollerabili, garantendo equità di accesso e tempi compatibili con le condizioni fisiche dei richiedenti. ”L’esperienza dei Paesi che hanno legalizzato tali pratiche documenta uno slittamento inesorabile – scrivono Giuristi cattolici e azione cattolica – e i confini di accesso si fanno progressivamente evanescenti, fino a includere condizioni generiche come la ‘stanchezza di vivere’, e si genera ‘una sorta di richiesta indotta da parte di persone che, rese fragili dalla malattia, si sentono di peso per le loro famiglie e per la società’. È il paradosso di una libertà che, resa assoluta, finisce per comprimere la libertà dei più deboli”.
Sul tema pochi giorni dopo l’approvazione della Legge era già intervenuto il vescovo di Reggio Monsignor Giacomo Morandi in qualità di presidente della Conferenza Episcopale regionale: “Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito – aveva affermato – contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica”.
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