REGGIO EMILIA – Le devastazioni e gli episodi di violenza che hanno accompagnato le proteste in diverse città tra cui Milano, riportano al centro una questione che va oltre la cronaca: il rapporto tra i giovani e il mondo degli adulti. La tecnologia consente agli adulti di sapere in ogni momento dove si trovano i propri ragazzi, ma questo non significa necessariamente conoscerne emozioni, fragilità e bisogni. Il rischio è che il controllo sostituisca il dialogo e che la sorveglianza prenda il posto dell’ascolto. Il parere dello psicologo e psicoterapeuta Martino Paterlini dello Studio Progetto Areté di Reggio è che “prima di chiederci dove siano i genitori di questi ragazzi, dovremmo domandarci quanto siano davvero in ascolto delle difficoltà che vivono nel costruire la propria identità e il proprio ruolo nella società. Crescere significa anche sbagliare, sperimentare e costruire la propria identità sentendosi accolti e riconosciuti, non solo valutati”.
Secondo Paterlini, molti genitori sono concentrati sui risultati, sul comportamento e sulle prestazioni dei figli, dimenticando talvolta l’importanza di comprendere chi stanno diventando. Quando i ragazzi non si sentono ascoltati possono allontanarsi dagli adulti e cercare nel gruppo dei coetanei quel senso di appartenenza e di riconoscimento che manca altrove. Per questo, sottolinea l’esperto, “educare non significa soltanto imporre regole, ma creare una relazione basata su fiducia, presenza e confronto”. Richiamando il pensiero di Alfred Adler, Paterlini evidenzia come il vero obiettivo educativo sia sviluppare il ‘sentimento sociale’, ovvero la capacità di sentirsi parte di una comunità e contribuire al bene comune. Una responsabilità che non riguarda solo le famiglie, ma anche scuola, istituzioni e mondo degli adulti. “La sfida educativa più urgente – conclude – non è sapere sempre dove siano i figli, ma comprendere come stanno davvero”.
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