REGGIO EMILIA – Come è cambiata la lingua italiana negli ultimi decenni, con l’introduzione dei social network e con le spinte estreme della tecnologia? Protagonista dell’ultimo “Mercoledì da leoni” è stato il noto linguista Giuseppe Antonelli, docente presso l’Università degli Studi di Pavia, che ha dialogato con la giornalista Natascha Lusenti a partire dai temi affrontati nel suo ultimo libro “Alfabit. L’italiano digitale dagli sms all’IA”.
“All’inizio, nei primi anni Duemila, questi mezzi hanno portato le persone a scrivere, cosa che prima non facevano più. Dopodiché, questa scrittura si è rivelata per ciò che era, un insieme di frammenti di testo e quindi questo italiano digitato pian piano si è sempre più allontanato dalla scrittura. Poi, sono arrivati gli audio di Whatsapp e la gente ha smesso di scrivere e ha iniziato a parlare”.
Antonelli ha ricostruito l’incrocio tra la tradizione linguistica e la sua tradizione informatica, ovvero lo stretto legame che esiste tra evoluzione dell’italiano e l’avvicendarsi dei nuovi media tecnologici. “Questo tipo di abbreviazioni, la K ad esempio, è passata subito di moda. Le persone giovani hanno smesso di usarla nel momento in cui quella forma di scrittura è diventata normale. Le K, le X e i Tvb abbiamo continuato a usarli noi, senza renderci conto che la moda era cambiata, e i bambini delle medie”.
I nuovi codici di comunicazione hanno quindi progressivamente ridotto la distanza tra scritto e parlato, favorendo l’affermarsi di una diffusa informalità e di testi sempre più frammentari. L’esito è una lingua dettata dai tempi dell’interazione, che si fa sempre più simultanea: da sms e mail, fino all’italiano di ChatGpt. Tuttavia, il buon linguista, secondo Antonelli, deve saper convivere con l’intelligenza artificiale, senza subirla in modo passivo. “Per stimolare queste macchine a fare meglio, dobbiamo avere delle competenze”.
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