REGGIO EMILIA – Nonostante il prossimo passaggio in fascia arancione dalla prossima settimana, resta preoccupante per la nostra provincia il numero dei ricoverati rispetto ai letti Covid a disposizione negli ospedali reggiani. Particolarmente critica è la situazione nei reparti di terapia intensiva, come sottolineato oggi dall’Ausl nella consueta conferenza stampa settimanale.
Vi sono pazienti, ad esempio, che dal pronto soccorso vengono ricoverati direttamente in terapia intensiva. Si spiega anche così l’alto livello di occupazione dei posti letto, attualmente al 90% in questi reparti. Su 28 disponibili al Santa Maria, ne restano liberi 3; soltanto 1 a Guastalla su 9. Sono occupate al 100% anche le terapie intensive non Covid. Una situazione destinata a protrarsi per giorni, visto che occorre tempo prima di vedere le ricadute positive dei miglioramenti attualmente registrati dai reparti ordinari: una parziale riconversione è prevista per la prossima settimana.
Intanto, a pieno ritmo ha funzionato la macchina delle vaccinazioni. Lo ha fatto per lo meno mercoledì e giovedì superando in entrambi i giorni le 3.500 iniezioni. Un andamento, purtroppo, destinato a tornare nella media delle 2.500 a causa di rifornimenti ridimensionati rispetto alle prime previsioni.
Lunedì 12 aprile sarà il giorno del via per una nuova platea di persone, quella tra i 70 e 75 anni d’età. Interessa 21mila reggiani, 4mila dei quali rientranti nella categoria degli “estremamente vulnerabili”. Questa nuova fase di campagna beneficerà di un tesoretto rappresentato dalle 3mila dosi di AstraZeneca che sul nostro territorio erano destinate a persone sotto i 60 anni, ora escluse dalla profilassi eseguita con questo prodotto. Un centinaio gli utenti che ieri l’hanno rifiutato. Disdette in buona parte suscitate dalla nuova eco mediatica sulle indicazioni fornite dall’Ema, che tuttavia ha confermato come i benefici nella prevenzione superino i rischi degli effetti collaterali.
Lo stesso primario di Malattie infettive, Marco Massari, ha dato notizia delle prime tre infusioni di anticorpi monoclonali ad altrettanti pazienti selezionati poiché fortemente a rischio di sviluppare forme severe di infezione. “Allargheremo i criteri”, ha detto.
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