Le mozioni dei senati accademici si riconoscono subito. Ci sono premesse lunghe, richiami alla Costituzione, un dispositivo diviso in lettere: a), b), c). Si votano alla fine della giornata, dopo ore di interventi, e il giorno dopo compaiono sul sito dell’ateneo e sui giornali locali. Poi inizia la loro seconda vita, quella meno raccontata, fatta di contratti già firmati, consorzi europei e gruppi di ricerca che lavorano da anni con colleghi sparsi per tutto il continente.
Tra la delibera e il laboratorio si capisce quanto pesi davvero un voto, e Bologna, da questo punto di vista, è un caso di scuola.
La mozione del settembre 2025
Il 23 settembre 2025 il Senato accademico dell’Alma Mater, dopo un lungo dibattito, ha approvato una mozione il cui testo è riportato nel magazine dell’ateneo. L’ateneo ha deciso di chiudere ogni relazione e collaborazione formale con università, istituzioni e aziende israeliane e di non avviarne di nuove. L’unica eccezione riguarda i progetti di ricerca già in corso che non sono legati a tecnologie a doppio uso, cioè a quelle che possono servire sia in campo civile sia militare.
Il resto del documento guarda altrove. Richiama una delibera del 17 giugno, parla di cultura della pace, di collaborazione con ONG e associazioni, di ricostruzione del sistema educativo palestinese, tutti obiettivi su cui è difficile dissentire.
Sul piano operativo conta però la prima parte, e quella clausola sui progetti esistenti dice molto di chi l’ha scritta: tagliare tutto e subito avrebbe significato smontare finanziamenti, gruppi di lavoro, anni di investimenti, e qualcuno in Senato se n’era evidentemente accorto.
Un consorzio europeo e un partner israeliano
Tra i progetti ancora attivi c’è NeAIxt, finanziato da Horizon Europe, il grande programma europeo per la ricerca, e dedicato all’intelligenza artificiale di nuova generazione. Secondo un’inchiesta della testata olandese Follow the Money, Bologna è ancora tra i partner. Un altro partner è Weebit Nano, una società israeliana di semiconduttori.
L’inchiesta, che critica apertamente queste collaborazioni, evidenzia un punto importante. Dopo l’annuncio del settembre 2025 l’ateneo avrebbe deciso di continuare a partecipare a nuovi progetti a doppio uso, richiamando gli impegni internazionali del governo italiano. Il quadro, quindi, risulta meno chiaro di quanto sembrasse la sera del voto.
Altrove la situazione è diversa. L’Università Tecnica di Delft, nei Paesi Bassi, è uno dei più grandi campus tecnologici d’Europa. Dopo le proteste degli studenti, Delft si è ritirata dallo stesso progetto NeAIxt. Nella stessa inchiesta qualcuno avvertiva del rischio reputazionale per l’ateneo e per i ricercatori: diventare partner poco affidabili nei consorzi europei può penalizzare le candidature ai bandi futuri. A Groningen, sempre nei Paesi Bassi, hanno scelto una via di mezzo: nell’ottobre 2025 l’università aveva annunciato la sospensione da REACT, un progetto sui computer a basso consumo, e due settimane dopo ha fatto sapere che non si sarebbe ritirata, limitandosi a interrompere i contatti diretti con i ricercatori del Technion. Bologna, invece, nel suo progetto è semplicemente rimasta.
Non è l’unica. Un’inchiesta internazionale pubblicata il 9 settembre dal Fatto Quotidiano ha contato 38 nuovi progetti Horizon Europe, che legano università di Spagna, Paesi Bassi, Italia e Belgio a soggetti israeliani, nonostante le sospensioni annunciate dagli stessi atenei. Follow the Money stima che i soggetti israeliani partecipino a 793 dei 19.203 progetti firmati nel programma: più o meno uno ogni ventiquattro.
Il caso spagnolo è ancora più chiaro. L’Università di Granada, che a maggio 2024 aveva deciso di interrompere le collaborazioni con università e istituzioni israeliane, un anno dopo è entrata in un nuovo progetto europeo, PROACTIF, insieme a Mellanox, una società israeliana di microchip. L’ateneo ha motivato la scelta spiegando che Mellanox ora appartiene all’americana Nvidia e quindi non sarebbe più israeliana, anche se il database di Horizon Europe la classifica ancora così. Nella stessa occasione ha precisato che il progetto è strettamente civile.
Sul fondo, come fa capire l’inchiesta, c’è un’Europa in cui i fondi pubblici per le università si riducono e i bilanci sono sotto pressione: rinunciare a un progetto finanziato, oggi, è un lusso.
Chi ha firmato quelle inchieste le legge come una contraddizione da denunciare, ed è nel suo diritto. Gli stessi numeri, però, possono essere letti in modo più semplice. Se decine di università, sotto una pressione enorme, continuano a lavorare con partner israeliani, è probabile che in certi settori quei partner siano tra i migliori disponibili, e che i progetti europei, selezionati in modo competitivo, li abbiano scelti per questo. Un bando Horizon Europe si vince mettendo insieme i gruppi più forti su un tema preciso, e un consorzio che rinuncia al partner migliore rischia di perdere punti nella valutazione e, alla fine, il finanziamento.
Quando la mozione incontra il microchip
Più che di ipocrisia si tratta di due logiche diverse che si incrociano. Il voto risponde al clima del momento, alle assemblee, alla richiesta di una presa di posizione. La ricerca, invece, si muove più lentamente e con criteri più severi, a partire dalla qualità di un gruppo e dall’affidabilità di un partner.
Una mozione può chiedere di chiudere i rapporti, ma non può spostare le competenze da dove sono. E se le università, quando devono scegliere con chi fare ricerca, continuano a trovare utili i partner israeliani, forse la domanda sull’interesse della scienza italiana dovrebbe essere posta con meno imbarazzo.
Il rispetto per l’autonomia universitaria conta in entrambe le direzioni: un senato ha il diritto di votare, e i ricercatori che hanno progetti finanziati da Bruxelles devono poterli portare a termine senza essere additati. Il consorzio NeAIxt, con Bologna dentro e Delft fuori, arriverà alla sua scadenza naturale, e solo allora si saprà quanto ha prodotto.







