REGGIO EMILIA – La protesta di alcuni settori del mondo ambientalista contro il piano di riqualificazione di Ospizio pone un problema alle forze politiche che hanno amministrato la città negli ultimi vent’anni. Il problema è quello di interrogarsi sulle ragioni per le quali alcune scelte dirompenti compiute nel corso degli anni siano scomparse dal dibattito pubblico e dalla consapevolezza collettiva.
Nel 2009 la Giunta Delrio elaborò il Piano strutturale comunale. Cittadini e imprese presentarono circa mille osservazioni, chiedendo di poter costruire 12mila alloggi in più e di autorizzare un milione e mezzo di metri quadrati in più di aree commerciali e produttive. Il Comune respinse più del 98% di quelle richieste. Tra il 2015 e il 2020, con una serie di varianti, la Giunta Vecchi cancellò 2 milioni e 400mila metri quadrati di aree urbanizzabili, sventando la costruzione di 3.500 appartamenti. Nel 2023, con il nuovo Piano urbanistico generale, l’amministrazione comunale cancellò tutte le previsioni di espansione fuori dal territorio urbanizzato: altri 5 milioni di metri quadrati, corrispondenti a 3.800 alloggi. Anche per effetto di queste scelte, da anni ormai a Reggio si costruisce 10-15 volte di meno rispetto a vent’anni fa. L’anno scorso, poi, la Giunta Massari ha bocciato 10 delle 22 proposte di insediamento arrivate dalle imprese, stoppando interventi residenziali, poli commerciali e piattaforme logistiche che avrebbero consumato 16 ettari.
Queste scelte, che non hanno uguali in Italia, hanno un impatto enorme e hanno toccato interessi rilevanti e assai diffusi. Ma è come se non fossero mai state compiute. Coloro che oggi presidiano il cantiere di Ospizio non ne riconoscono il valore e l’importanza, non le hanno sostenute nè difese. Forse alcuni non le conoscono neppure. Si potrebbe replicare che è un problema loro. Invece è anche e soprattutto un problema di quelle forze politiche che queste scelte le hanno fatte, ma poi non hanno saputo rivendicarle e farle diventare patrimonio comune.
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