REGGIO EMILIA – La storia della scienza non ha contemplato il contributo delle donne scienziate, confermando ciò che è avvenuto in generale rispetto al ruolo delle donne nella storia. Di recente assistiamo a studi di genere che muovono proprio nella direzione della valorizzazione e del riconoscimento. Quanto è importante a tuo parere fare memoria su questo aspetto per le scienziate di oggi e per le scelte formative delle ragazze?
“La condizione della donna nella scienza ha seguito la generale evoluzione della condizione della donna nella società civile e in un certo senso l’ha preceduta ed aiutata. Già da anni la scienza parla al femminile e ben prima che le donne ricoprissero ruoli di leadership in altri ambiti, in alcuni settori della scienza le donne erano responsabili di unità complesse e riconosciute per la loro professionalità.
Ventinove donne nell’ultimo ventennio sono state insignite del premio Nobel nei settori scientifici, segno che il contributo femminile al progredire del sapere non sconta al momento grossi divari di genere.
Diverso invece è il problema dell’ingaggio della donna lungo il percorso che sale i gradini della carriera accademica. Pur partendo da un equilibrio di genere nella popolazione studentesca che si avvia alle materie scientifiche e pur condividendo con il sesso maschile il problema (fenomeno noto come “the science leaky pipeline”), la percentuale di donne che lascia la carriera scientifica prima di affermarsi è superiore a quella dei colleghi uomini. Le ragioni alle basi di questo fenomeno sono molteplici e sarebbe estremamente riduttivo ricondurle esclusivamente ad una problematica di discriminazione. Le donne nella scienza vivono oggi problematiche molto diverse da quelle vissute dalle pioniere del sapere scientifico, che trovano radici nella fluidità della società moderna. Credo che vadano affrontate con il punto di vista della prospettiva più che con il senso della memoria”.

“Di professione cerco risposte”, così hai meravigliosamente esordito in un tuo recente intervento ad un TEDX. Si potrebbe dire che, in senso lato, vivere significa cercare risposte. Pensi che il metodo scientifico potrebbe insegnare qualcosa a ciascuno e ciascuna di noi, rispetto alla capacità di accettare la complessità e dunque fuggire dalle semplificazioni che nella vita e poi nella politica inducono a pericolose forme di populismo?
“Più che il metodo scientifico credo che sarebbe importante portare nella società civile un po’ del rigore logico che accompagna lo studio dei fenomeni naturali. Ciascuna delle nostre scoperte diventa la narrazione di sistemi complessi in cui la molteplice rete di relazioni ed eventi che si interseca a sottendere il sistema deve essere analizzata e organizzata per poter essere capita e descritta. Se la stessa capacità organica di mettere insieme logicamente le evidenze venisse usata nell’analisi degli eventi che viviamo nella nostra quotidianità e ancor di più nella gestione della vita politica lo spazio per le approssimazioni e quindi per le facili semplificazioni sarebbe molto ridotto”.
“La scienza è democratica”, lo affermi e lo motivi; le ragioni che porti sono diverse, in particolare dici che la scienza è democratica perché è pluralista. Nella ricerca scientifica, infatti, nessuno lavora da solo. Nella tua ormai lunga esperienza di lavoro in gruppo hai notato una differenza di genere rispetto alla capacità di agire insieme per un obiettivo comune?
“No, nel corso della mia esperienza nel contesto della ricerca non ho mai sperimentato significative differenze di genere nella capacità di lavorare in gruppo. Sono convinta che la capacità di fare squadra sia un’attitudine personale più che di genere. Ce l’hai o non ce l’hai a prescindere dal sesso a cui appartieni”.
La formazione nelle materie c.d. STEM da parte delle ragazze nel nostro Paese sconta ancora un differenziale a sfavore. Se ti interpellasse il Ministro dell’Istruzione per avere suggerimenti su come insegnare le scienze, con una attenzione alla differenza di genere, a partire dall’età più tenera, cosa suggeriresti?
“Non credo che il problema sia questo, e non credo che debbano esistere protocolli differenziali per l’insegnamento delle scienze nelle scuole. Anzi penso che questo possa essere paradossalmente un modo per reiterare il falso concetto che esista un problema legato al genere nella scelta del settore di studio. Credo che invece si debba agire a monte e in maniera trasversale aiutando i nostri ragazzi fin dalle età più giovani ad uscire dagli stereotipi e a sviluppare le proprie attitudini a prescindere dal genere”.
C’è stato in passato un dibattito molto appassionante in Italia sui beni comuni, tradizionalmente quando parliamo di beni comuni pensiamo all’aria, all’acqua. Tu inserisci tra i beni comuni la scienza, spiegaci le tue ragioni?
“I beni di comunità sono tutti quelli considerati diritti fondamentali della persona e necessari per il benessere individuale e collettivo, presente e futuro.
Come tali non necessariamente devono essere oggetti materiali. Lo studio, la sanità pubblica sono beni comuni perché considerati fondamentali per la persona e per la comunità. Lo stesso vale per la scienza. Da sempre la scienza e la ricerca scientifica rappresentano il motore del progresso e quindi gli strumenti per il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. E quindi la scienza è un bene della comunità perché opera a favore della stessa e ne è un valore imprescindibile. Proprio come tale, credo sia importante ora agire il passaggio successivo. Ovvero quello in cui la comunità diventando consapevole dell’indispensabilità del processo scientifico nella vita quotidiana si assume la responsabilità di tutelarne il mantenimento e di garantirne la libertà.
Attraverso un rinnovato dialogo che permetta alla comunità di penetrare il percorso scientifico si instaura un circolo virtuoso in cui la comunità si prende cura della scienza e la scienza si prende cura del benessere e del progresso della società”.
Non hai l’età anagrafica per aver partecipato al movimento femminista e men che meno all’emancipazionismo del secondo dopoguerra. Ti senti in debito però verso le donne che ne hanno fatto parte e pensi di doverne portare in qualche modo il testimone?
“Non credo che il senso della storia sia quello di generare debiti con il passato, nei confronti di chi ci ha preceduto fornendo strumenti per migliorare la nostra condizione. Credo altresì che ognuno di noi abbia il compito di agire nel proprio presente per continuare attraverso il proprio operato a far evolvere il sistema. Per questo cerco di svolgere il mio lavoro al meglio restituendo ai giovani scienziati che lavorano con me un po’ del sapere e delle opportunità che ho ricevuto e aiutandoli nel percorso di crescita dentro un settore complesso come quello della ricerca scientifica. L’idea di essere un esempio soprattutto per le giovani donne mi piace molto. Ma più che come modello di donna professionalmente affermata, vorrei essere l’esempio di una donna libera che nel suo percorso ha accettato compromessi e fatto scelte non necessariamente lineari per poter essere a più dimensioni mamma, donna e scienziata”.
Natalia Maramotti
La biografia
Alessia Ciarrocchi è biologa molecolare, è nata nel 1975 a Cupra Marittima, un paesino sul mare in provincia di Ascoli Piceno. Laureata in Scienze Biologiche e in Biotecnologie Molecolari ed Industriali ha conseguito presso l’Università di Bologna il Dottorato in Biologia e Fisiologia Cellulare.
Dopo la sua laurea si è trasferita negli Stati Uniti dove è rimasta per oltre tre anni lavorando come ricercatrice presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. Rientrata in Italia, dal 2007 ha iniziato il suo lavoro presso l’Istituto di Ricerca dell’Azienda AUSL-IRCCS di Reggio Emilia, dove dal 2015 dirige il Laboratorio di Ricerca Traslazionale che oggi conta 20 ricercatori, fra biologi, biotecnologi e bioinformatici.
L’obiettivo principale della sua ricerca è quello di approfondire le conoscenze dei meccanismi molecolari coinvolti nelle patologie oncologiche partendo dalla comprensione delle informazioni contenute nel genoma. In particolare, i progetti di ricerca da lei coordinati, sono volti a capire come i cambiamenti nella sequenza, struttura e stato funzionale del genoma influenzino lo sviluppo e la progressione dei tumori.
Autrice di numerosi articoli sulle principali riviste scientifiche internazionali, i suoi lavori contano ad oggi oltre 2500 citazioni.
Ama lo sport e i libri quelli belli. È mamma orgogliosa di Aurora (NY 2006) e Micol (RE 2008).
La ricerca è la cosa che più le sta a cuore, perché è un bene comune, spetta alla società civile prendersene cura, affinché la ricerca stessa possa prendersi cura del nostro futuro.
Dal giugno 2020 è presidente della Fondazione E35 di Reggio Emilia, costituita nel 2015 per la progettazione internazionale.












