REGGIO EMILIA – La presidente del Tribunale di Reggio, Cristina Beretti, ha ritenuto doveroso intervenire per difendere l’istituzione che presiede da quello che è stato visto come un attacco da parte del pm Valentina Salvi. Il sostituto procuratore, nel depositare il ricorso in Appello contro la decisione di primo grado del processo sugli affidi in val d’Enza, aveva parlato di una “spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie” da parte del collegio che lo scorso luglio aveva assolto 11 dei 14 imputati, motivando con ragioni tecniche e giurisprudenziali quella decisione, basata, in sintesi, sull’assenza di evidenze scientifiche che provassero le accuse. “Il Tribunale di Reggio non persegue assoluzioni né condanne ‘a ogni costo’ – ha replicato Beretti – Giudica secondo diritto, caso per caso, nel rispetto della legge”.
La dialettica è normale fra magistratura inquirente e giudicante: anzi, è alla base di un sistema fondato su più gradi di giudizio e sul principio in forza del quale si può condannare solo quando c’è prova della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma in questa vicenda la dialettica ha assunto una dimensione pubblica.
Non è la prima volta, in anni recenti, che si intravede una sorta di braccio di ferro. La procura aveva reagito con durezza alla sentenza di primo grado del processo per l’omicidio di Saman Abbas: il collegio presieduto da Cristina Beretti aveva condannato all’ergastolo i genitori della ragazza e a 14 anni lo zio, ma aveva assolto i due cugini. Anche in quel caso per mancanza di prove, in particolare che suffragassero l’aggravante della premeditazione. “La Corte non ha inteso accogliere nessuno degli inviti formulati a che si pronunci una sentenza eticamente, profondamente accettabile o giusta”, aveva scritto il tribunale nelle motivazioni, aggiungendo che “una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano non necessita di alcuna etichettatura ulteriore, avendo come fondamento unico e legittimazione esclusiva soltanto quella della corretta applicazione della legge”.
C’era stato anche il ricorso in Appello della procura per la vicenda degli appalti in Comune a Reggio, processo in corso a Bologna. Anche in quel caso Valentina Salvi aveva sostenuto che i giudici avevano “ignorato o travisato numerosi elementi di prova a carico degli imputati”. Il collegio – presieduto sempre da Sarah Iusto – aveva condannato solo 4 imputati su 20 imputati.
Senza entrare nel merito, si può concludere con una chiosa: e cioè che la separazione tra le carriere in magistratura esiste già, con o senza referendum costituzionale.
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