REGGIO EMILIA – Michael Galli, maestro della società granata, è stato convocato nello staff tecnico della Nazionale italiana di pugilato per il primo raduno dell’anno, in programma dal 6 al 16 gennaio a Lido di Ostia, dedicato agli Under 23 ed Élite. Galli affiancherà il direttore sportivo Guido De Carolis e il tecnico responsabile Clemente Russo, entrando a far parte del gruppo di lavoro azzurro in una fase chiave della stagione. Poi ovviamente tornerà alla Reggiana Boxe, che rimane la sua attività principale.
Nato a Carpi e cresciuto a Rolo, 44 anni, Michael Galli ha un passato da pugile alla Team Olimpia Boxe Carpi e successivamente alla Robur Scandicci. Oggi è maestro, il massimo grado tecnico previsto, ed è una delle figure centrali della crescita della Reggiana Boxe negli ultimi anni.
Come è avvenuta la convocazione?
«Mi ha chiamato Giovanni De Carolis, che è il direttore sportivo ed ex campione del mondo dei professionisti, e mi ha chiesto se ero disponibile. Dal 6 al 16 gennaio a Lido di Ostia c’è la prima convocazione della Nazionale per gli attuali campioni italiani Under 23 ed Élite. Dove peraltro noi abbiamo già Giannotti e Vescovini, entrambi Élite».
Di cosa ti occuperai all’interno dello staff?
«Non lo so. Forse avendo visto che faccio sempre pesi, mi faranno portare le borse dei pugili… (ride; ndr). Oppure avranno pensato che tutti questi successi della Reggiana Boxe sono colpi di fortuna. Ma anche se fosse, la fortuna meglio averla all’angolo con te…».
Che posizione occupa oggi la Reggiana Boxe nel panorama federale?
«È cambiato il modo di guardare la boxe reggiana in questi anni. Nel 2011 ricordo che portai un pugile agli Italiani in terza serie. E lì vedevo dei mostri sacri: vedevo i tecnici siciliani, i lombardi e i laziali. E io mi dicevo: “quando mi saluteranno vuol dire che sono al loro pari”. Adesso mi salutano tutti».
Quale pensi che sia la tua qualità migliore da allenatore?
«Io mi reputo uno studioso del pugilato. Guardo come portare il colpo, come muoversi dopo aver portato il colpo. Non rivedo me come pugile. Mai. Non sono mai stato fortissimo, sono arrivato al massimo secondo agli Italiani. Non posso riportare la mia boxe. Devi sempre cercare di vedere i punti di forza del pugile».

(foto Silvia Casali)
Che tipo di pugili ti piace allenare?
«Mi piace allenare sia i tecnici sia i picchiatori. Molti pensano che preferisca i picchiatori, ma io ho molti “stilisti”. Se uno è bravo a prendere il tempo, perché devo fargli fare a cazzotti?».
Il tuo allenamento standard come è strutturato?
«Noi facciamo sempre preparazione atletica e tecnica con sistemi anche complessi. Voglio fargli ripetere le cose per farle entrare in testa. Tu schivi il colpo solo quando la testa l’ha meccanizzato. La schivata e l’incrociata, così come il parare e rispondere, sono tutte cose che un cervello deve automatizzare».
La boxe è uno sport di combattimento. Come spieghi ai ragazzi che quello che fanno in palestra deve rimanere in palestra?
«Io spiego che uno che sceglie la strada dell’agonismo sceglie anche un modo di vivere. Salta l’andare a ballare, i compleanni, non beve, non fuma. Chi vuole provare non è detto che ce la farà. Bisogna essere mosche bianche. Questo attrae i ragazzi competitivi. E comporta una maggiore sicurezza, perché capisci quanto i pugni possono fare male».
Com’è oggi il gruppo degli atleti reggiani?
«Adesso che ho il furgone dell’Olmedo, anche quando ho solo due ragazzi che combattono in giro, si riempie completamente. Perché si è creato un gruppo di tifo, una famiglia che si sposta sempre per l’Italia. E i pugili si sostengono a vicenda».
Qual è il tuo intento come allenatore?
«Creare una seconda famiglia. Avere persone che ascoltano e che parlano la tua stessa lingua. Tante mosche bianche, che insieme fanno un gruppo».
Cosa rappresenta per te questa esperienza in Nazionale?
«È un onore lavorare con chi guardavo in tv, ammirandone le imprese da pugile».
Due ori e un bronzo per la Reggiana Boxe ai campionati italiani di Trieste. VIDEO












