REGGIO EMILIA – Uno scarto di 2 milioni di voti a livello nazionale, quasi 60mila in provincia di Reggio, dove il distacco è stato di 23 punti percentuali: l’affermazione del No alla riforma della magistratura è stata netta, rafforzata per di più dall’elevata affluenza. Da parte di vincitori e vinti, è giusto chiedersi perché la maggioranza degli italiani abbia bocciato la riforma disegnata dal ministro Nordio e dal Governo. La risposta, forse, sta nel fatto che la riforma è stata presentata dai suoi promotori come parte di un disegno più vasto, di una visione dei rapporti tra poteri dello Stato che evidentemente è risultata indigesta e sospetta alla maggioranza degli elettori.
Di per sé, la separazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici può apparire a molti un’idea logica e giusta. Se però, per convincere gli elettori ad approvare la riforma, si accusa la magistratura di sabotare l’azione del Governo, se ogni decisione sgradita di un singolo magistrato viene interpretata come parte di un complotto, se tutto – dai rilievi della Corte dei Conti sul ponte sullo Stretto alle indagini su reati societari – viene indicato come frutto della cospirazione di una magistratura diventata un “plotone di esecuzione”, allora viene il dubbio che si abbia in mente altro. Che si abbia in mente cioè un paese nel quale nessuno può disturbare il manovratore. Con questo dubbio in testa, molti elettori – anche a Reggio – devono aver pensato che tra i poteri dello Stato devono continuare ad esserci autonomia ed equilibrio e che questo equilibrio è meglio non modificarlo.
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