REGGIO EMILIA – In poco più di un anno è giunta nell’aula bunker del carcere della Dozza di Bologna la prima sentenza – in udienza preliminare – sull’operazione “Ten”. Il verdetto del giudice Sandro Pecorella ha in gran parte accolto, al limite limandole, le richieste di pena della pm antimafia Beatrice Ronchi, relative ai 13 imputati che hanno optato per il rito abbreviato, con sconto di pena di un terzo. Fra i sei accusati di associazione mafiosa, sono cinque quelli giudicati con rito abbreviato, fra cui spiccano i 17 anni di reclusione disposti per Giuseppe Arabia (classe 1966), considerato all’apice della cosca. Condannato in passato per mafia, vide il fratello Salvatore ucciso nel 2003 durante l’intestina guerra di ‘ndrangheta. Uscito di cella, il 60enne ha ricostruito il clan, pescando fra chi ha schivato la maxi operazione Aemilia. Ora è di nuovo in carcere ad Ascoli.
Condannati anche i due nipoti del capoclan: 12 anni, 9 mesi e 10 giorni per l’omonimo Giuseppe Arabia (classe 1989, vive a Bibbiano) e 12 anni, 2 mesi e 20 giorni a Nicola Arabia (classe 1985, risiede a Reggio Emilia). Con l’accusa di associazione mafiosa condanne anche per due che abitano sempre in città, cioè Salvatore Messina (7 anni e 8 mesi di pena) nonché Salvatore Spagnolo (13 anni, 10 mesi e 20 giorni). Delle sei persone ritenute al vertice, il solo cutrese Luigi Lerose, ha puntato sul rito ordinario. Per gli altri che hanno scelto il rito abbreviato (sette calabresi, cioè Rosario Aracri, Carmine Colacino, Romolo Villirillo, Nicola Arabia (classe 1987), Salvatore Arabia, Enzo e Giovanni Macario) e la siciliana Maria Marino le condanne spaziano fra i 4 e i 2 anni di carcere.
A undici anni dagli arresti di Aemilia questa sentenza dice come il radicamento ‘ndranghetista rimanga attuale nella nostra terra. Evidente il superamento di vecchie sanguinarie contrapposizioni all’interno della ‘ndrangheta emiliana fra il filone dei Dragone e dei Grande Aracri, con la famiglia Arabia protagonista di una rigenerazione della cosca con epicentro a Reggio Emilia e portatrice di due caratteristiche, cioè un mix fra l’aspetto truce militare fatto di atti violenti e disponibilità di non poche armi che si coniuga con il lato imprenditoriale basato su reati fiscali nonché un giro di quasi due milioni di euro di fatture fasulle. Dinamiche del clan ricostruite anche grazie alle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, in special modo di peso quelle di Antonio Valerio.
Reggio Emilia 'ndrangheta Bologna mafia Giuseppe Arabia clan Arabia











