BIBBIANO (Reggio Emilia) – Le considerazioni conclusive delle giudici Sarah Iusto, Michela Caputo e Francesca Piergallini sono nette e bocciano l’impianto accusatorio. Un dato che si poteva evincere già dal dispositivo della sentenza di primo grado dello scorso luglio, con 11 assoluzioni su 14 imputati e tre condanne lievi con pena sospesa per reati non connessi all’attività di supporto ai minori in carico ai servizi; le motivazioni depositate nelle ultime ore lo mettono nero su bianco. Si parla di “totale irrilevanza delle argomentazioni con cui sono state evocate convinzioni o approcci che avrebbero mosso l’operato degli imputati“, scrivono le giudici, e che comunque, “non si sono mai tradotti in fatti o condotte dotati di rilevanza penale”.
Riflessioni che sgombrano il campo dall’assunto dell’indagine: che ci sia cioè stato in val d’Enza un gruppo di professionisti che, a vario titolo, abbiano collaborato alla stregua di un sistema per giustificare affidi di bambini che mai sarebbero dovuti uscire dalle famiglie d’origine. False relazioni, falsi ricordi fatti emergere con psicoterapie suggestionanti, depistaggi: queste le accuse per gli imputati. Federica Anghinolfi, Francesco Monopoli e Nadia Bolognini i principali.
Secondo le giudici, “la scelta di incentrare le contestazioni di falso su aspetti meramente valutativi, anziché la falsità dei dati in esse rappresentati, è circostanza che, si ritiene, ha disvelato l’intrinseca debolezza dell’intero impianto accusatorio, fondato su premesse davvero fragili, in quanto opinabili e poco ancorate ai fatti, gli unici che che il processo penale è deputato ad accertare”.
Nelle conclusioni delle motivazioni – 1.650 pagine arrivate al termine di sei mesi di lavoro e dopo un’istruttoria lunga due anni e 146 udienze – la parola “debolezza” compare più di una volta, ad esempio dal punto di vista scientifico e metodologico riferita agli elaborati delle consulenti tecniche del pubblico ministero: “Si sono affidate a una teoria quale quella dei falsi ricordi che non risulta unanimemente condivisa dalla comunità scientifica’ e che ‘di certo non può costituire la base su cui fondare un accertamento improntato al canone dell’al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Nelle motivazioni si parla anche del clamore suscitato dalla vicenda in tutti questi anni, “tale da avere travolto non solo le sorti dei bambini e dei loro familiari – scrivono le giudici – ma, con conseguenze non calcolabili, le vite degli imputati, e, per quanto qui rileva, degli stessi testimoni”.
Non finisce qui: la prossima risposta sarà quella della Corte d’Appello al termine del processo di secondo grado.
Ascolta le reazioni degli avvocati difensori (Alessio Fontanesi)
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