BOLOGNA – Fissato un primo tassello importante nell’udienza preliminare – tenutasi nell’aula bunker del carcere della Dozza di Bologna – focalizzata sull’operazione antimafia ‘Ten’, così battezzata perché gli arresti di ‘ndrangheta erano scattati a dieci anni dalla maxi inchiesta Aemilia.
In due ore e mezza la pm antimafia Beatrice Ronchi ha argomentato le richieste di pena per i 13 imputati che hanno puntato sul rito abbreviato, quindi con sconto di pena di un terzo. La richiesta più pesante è di 20 anni di reclusione per quella che la Dda ritiene la figura di vertice, cioè Giuseppe Arabia (classe 1966), residente a Cutro ma ora in cella ad Ascoli.
Fra i sei accusati di associazione mafiosa hanno scelto il rito abbreviato anche due nipoti di quello che è considerato il capoclan, vale a dire l’omonimo Giuseppe Arabia (classe 1989) residente a Bibbiano e Nicola Arabia (classe 1985) che vive a Reggio Emilia: per il primo chiesti 16 anni e 8 mesi e 20 giorni di carcere, per il secondo 16 anni e mezzo di reclusione. Con la stessa grave accusa Salvatore Messina (che abita a Reggio Emilia) e Salvatore Spagnolo domiciliato pure lui in città: per loro la pm Ronchi ha chiesto rispettivamente 14 anni e 13 anni e 8 mesi di cella.
Delle sei posizioni ritenute apricali solo il cutrese Luigi Lerose, unico non in carcere, ha optato per il rito ordinario. Sempre relativamente ai riti abbreviati, richieste di pena fra i 6 e i 3 anni di reclusione hanno riguardato otto calabresi: Rosario Aracri, Carmine Colacino, Romolo Villirillo, Nicola Arabia (classe 1987), Salvatore Arabia, Enzo e Giovanni Macario, Maria Marino. Sei i patteggiamenti avanzati per altre posizioni, mentre dalla prossima udienza inizieranno le arringhe difensive che al termine riguarderanno 30 imputati, con probabile sentenza a maggio.
L’inchiesta Ten ha fatto scalpore, perché per l’Antimafia i Grande Aracri e i Dragone avrebbero messo una pietra sopra alle vecchie frizioni sanguinarie, mettendo in piedi un clan, con epicentro a Reggio Emilia ma attivo anche a Modena, Parma e Piacenza. Da qui un articolato castello di accuse per un gruppo mafioso dall’ampia disponibilità di armi e per gli inquirenti macchiatosi di estorsioni, truffe, ricettazioni, frodi fiscali e le immancabili fatture fasulle per quasi due milioni di euro.
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