REGGIO EMILIA – Giovanissimi, di varie nazionalità, e nel bisogno. Una condizione su cui si poteva far leva per sfruttarli all’inverosimile. E così è stato, secondo gli inquirenti. La Guardia di Finanza e i Carabinieri di Reggio hanno portato alla luce quello che ritengono un sistema di vero e proprio sfruttamento in ambito tessile.
In un capannone di confezioni che si trova in città, nella zona di via Gramsci, di proprietà di un 55enne di origine cinese, sono stati scoperti 14 lavoratori definiti dagli inquirenti ‘schiavi del cucito’: tra maggio 2023 e ottobre 2024 sarebbero stati costretti a lavorare in media 12 ore al giorno e sette giorni su sette per poche centinaia di euro al mese, dormendo in spazi fatiscenti e privi delle condizioni igieniche minime ricavati nello stesso capannone tramite pareti di cartongesso, con muffa, umidità, scarsa illuminazione e la quasi totale assenza di sistemi antincendio. Nonostante l’ispezione e la notizia delle indagini a suo carico, il titolare della ditta ha ripreso la produzione dopo sole due settimane e con le stesse modalità, aggiungendo anche altri tre lavoratori irregolari e ignorando le prescrizioni in materia di sicurezza. Denunciata anche la moglie coetanea.

L’accusa è intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Tra conti correnti, un immobile e una Mercedes, alla coppia sono stati sequestrati beni per un controvalore di 800mila euro considerati illecito profitto per il mancato pagamento di stipendi e contributi.
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