REGGIO EMILIA – “Non era solo al vertice dell’organizzazione. Carminuzzo, come il boss Nicolino Grande Aracri lo aveva confidenzialmente chiamato in varie occasioni, aveva anche incarichi direttivi e risolutivi nella vita del gruppo criminale e nel suo esplicarsi quotidiano”. E’ quanto emerge dalle motivazioni della sentenza emessa nel settembre scorso dalla Corte di Cassazione, che ha confermato e reso definitiva la condanna con l’accusa di associazione mafiosa a otto anni e sei mesi di reclusione nei confronti di Carmine Sarcone, il più giovane dei quattro fratelli, ultimo atto del processo Perseverance, come pubblicato da Il Fatto Quotidiano.
I giudici della Suprema Corte hanno ripercorso la storia criminale del 46enne, che fino a prima di finire in carcere, viveva ancora a Bibbiano nella villa di famiglia, ricostruita anche attraverso le testimonianze dei pentiti. Nel maggio del 2004, Carmine Sarcone collaborò all’omicidio del boss Antonio Dragone, avvenuto a Cutro, nell’ambito della guerra di mafia con i Grande Aracri. Nacque allora il legame con Nicolino Grande Aracri, che parlò spesso di Carminuzzo consigliando il suo utilizzo ad esempio per la riscossione di crediti. Ed è a Nicolino che Carmine regalò una pistola 9×21, parte del proprio arsenale personale. “Un componente qualificato – secondo la Cassazione – che ha assunto ruoli progressivamente sempre più importanti per promuovere gli interessi della cosca soprattutto quando i fratelli Nicolino e Gianluigi sono finiti dietro le sbarre”.
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