BIBBIANO (Reggio Emilia) – “A Reggio la ‘Ndrangheta si è fatta impresa: ha unito il capitale mafioso, fatto di violenza, omertà e assoggettamento, con il capitale della sana, vecchia, buona Reggio Emilia imprenditoriale. Mi dispiace dirlo, ma è così”.
Il giudice che ha scritto le motivazioni della sentenza del processo Aemilia ad un incontro sulla legalità nel paese in cui vivevano e avevano rilevanti attività economiche molti componenti della famiglia Sarcone. Il merito è del Comune di Bibbiano, che ha invitato al Teatro Metropolis Andrea Rat per parlare di contrasto alla criminalità organizzata.
Il magistrato ha parla della strategia del boss Nicolino Grande Aracri e dei sui uomini di fiducia nel nostro territorio. “Nicolino Grande Aracri ha diffuso il potere sul territorio. Come dire: non è che se ne ammazzate uno è finita. Sono sempre io, sono i miei uomini. I miei uomini continueranno a perpetuare il mio potere. Io esisto sempre”.
Il primo colpo ai Sarcone arrivò nel settembre del 2014, quando una parte del patrimonio della famiglia fu posto sotto sequestro dalla Dia e dai Carabinieri di Reggio per ordine del Tribunale di Bologna. Poi nel gennaio 2015, con l’operazione Aemilia, furono arrestati i fratelli Nicolino e Gianluigi Sarcone. Per la loro attività, la comunità di Bibbiano ha pagato un prezzo. “Purtroppo Bibbiano ne è stata vittima”.
Rat ha insistito su un concetto: magistratura e forze dell’ordine non possono vincere questa battaglia da soli. Serve l’impegno dei cittadini, della società civile. Un impegno nella direzione opposta a quella di coloro che hanno scelto di essere complici della cosca. E non sono stati pochi: persone comuni, commercialisti, geometri, avvocati. “Senza questo humus di professionisti la mafia che si fa impresa non esiste”.
Reggio Emilia Gabriele Franzini 'ndrangheta Bibbiano Aemilia Andrea Rat Sarcone Grande Aracri










