REGGIO EMILIA – Quasi un anno fa l’inchiesta Ten aveva fatto scalpore evidenziando come nel nome degli affari loschi ‘ndranghetisti i Grande Aracri e i Dragone avessero superato le vecchie contrapposizioni e ora all’udienza preliminare – che si tiene nell’aula bunker del carcere bolognese della Dozza – si scopre che l’indagine si è pure nel frattempo allargata, da 20 a 30 infatti le persone finite sotto processo.
Cancellati i morti della guerra di ‘ndrangheta, la nuova cellula ha per l’Antimafia un capo nel quasi 60enne Giuseppe Arabia ed una solida base di comando nella famiglia del vertice (cioè l’omonimo Giuseppe Arabia classe 1989 e Nicola Arabia classe 1985) ma anche in Luigi Lerose, Salvatore Messina e Salvatore Spagnolo. Sei accusati di associazione mafiosa che vivono fra Reggio Emilia e Cutro, di cui il solo Lerose ha optato per il rito ordinario. E davanti al gup Sandro Pecorella è stata affrontata la posizione di Lerose, nonché quella di altri quattro imputati, fra cui Carmela Mosca (moglie del 40enne Nicola Arabia, difesa dall’avvocato Mattia Fontanesi).
Per tutti la pm antimafia Beatrice Ronchi ha chiesto il rinvio a giudizio, di contro le difese il non luogo a procedere. Gli altri 25 imputati hanno puntato sui riti alternativi con sconto di pena di un terzo, in gran parte giudizi abbreviati, mentre i sei patteggiamenti (avanzati con il consenso della pm Ronchi) spaziano fra uno e due anni di richiesta-pena.
Si sono costituiti parte civile il Ministero dell’Interno, la Regione Emilia-Romagna, le Province e i Comuni di Reggio Emilia e Parma, la Cgil regionale e di Reggio Emilia. Nelle prossime udienze si entrerà nel vivo degli esami dei maggiori imputati, poi da marzo la discussione dei giudizi abbreviati. La sentenza è prevista intorno alla fine del prossimo mese.
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