REGGIO EMILIA – Il Covid non ha portato solo morte e angoscia. Ha costretto l’umanità a ripensare la propria quotidianità. In alcuni casi, giungendo a soluzioni che hanno migliorato la società. Una di queste è la “mensa diffusa”, realizzata dalla Diocesi reggiana e gestita da Caritas grazie anche al contributo dei fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica.
Il primo centro è stato aperto nel 2021, in concomitanza con la seconda ondata della pandemia, alla parrocchia di San Maurizio, nella zona Est della città. Dopo 5 anni il sistema conta sei centri ben distribuiti sul territorio ed è molto efficace nel raggiungere persone in difficoltà e nell’andare oltre il semplice pasto: è solidarietà creativa.
“Abbiamo pensato, invece di avere tante persone in un unico luogo, di moltiplicare l’offerta mandando meno persone negli stessi luoghi. Così, ci fossero stati dei contagi, li avremmo potuti tenere maggiormente sotto controllo”, le parole di Andrea Gollini, direttore della Caritas reggiana.
Per dare vita a questo progetto, si è partito dal ripensare gli spazi della vecchia mensa dalla Caritas in via Adua, che è stata riconvertita in magazzino a servizio delle mense satelliti. L’attigua cucina è invece stata potenziata e trasformata in centro di cottura. Da lì, grazie a tre corrieri e a una cargo bike, gli alimenti raggiungono le sei mense che sono: San Maurizio; Santo Stefano e l’antica mensa del Vescovo in centro; San Paolo nella zona Nord di Reggio, la parrocchia del Preziosissimo Sangue in quella Sud oltre alla parrocchia di Pieve Modolena. In tutto, vi operano 520 volontari, 390 regolari oltre a 45 gruppi di “occasionali”. Dalla cucina in via Adua si sfornano circa 100mila pasti l’anno per 150 persone che tutti i giorni pranzano in loco o ritirano la cena per mangiarla altrove. In tutto, il bacino di utenti è di 600 persone l’anno.
Chi sono, sociologicamente parlando, le persone che utilizzano questo servizio? “Principalmente, le persone senza dimora o quelle che vivono in una casa, ma che non hanno le utenze attaccate. In ultimo, quelle che fanno fatica a farsi da mangiare”, ha spiegato Gollini. Per lo più, si tratta di uomini tra i 20 e i 40 anni, stranieri, cui si sommano anche italiani ma più anziani. E’ raro, invece, vedere donne nei locali delle mense.










