GUSTALLA (Reggio Emilia) – Il termine deriva dal latino e significa ‘dentro le mura’. Si svolgono infatti all’interno delle strutture pubbliche le attività intramoenia da parte dei medici dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale che hanno ottenuto la necessaria autorizzazione. Tra questi c’è l’ortopedico Bruno Panno, il primario arrestato in flagranza dai carabinieri del Nas lunedì scorso, all’ospedale di Guastalla.
Nella stessa giornata una perquisizione dei militari ha avuto luogo nella sua casa a Parma. Il 64enne è a piede libero ma sospeso dalla professione in ambito pubblico. Fino a qualche giorno fa era tra i 508 professionisti ai quali l’Ausl ha concesso il permesso per l’attività libero-professionale. Nell’insieme rappresentano circa il 40% rispetto ai 1286 medici dipendenti dell’azienda, il dato è riferito all’anno 2024. Non tutti gli autorizzati, tuttavia, si avvalgono della possibilità di lavorare attraverso questo canale, che è residuale e non parallelo al servizio sanitario nazionale.
Lo dimostrano i numeri: le circa 100mila prestazioni intramoenia che si sono contate nel 2024, rappresentano l’8% delle totali fornite dalla sanità pubblica reggiana. Il costo della visita o degli esami in modalità intramoenia è superiore rispetto alle prestazioni prenotate con il servizio pubblico. Ai medici va il 75%, la quota restante va all’Ausl.
Il medico finito nei guai con la giustizia, sfruttando la struttura pubblica, avrebbe effettuato prestazioni private, anche in giorni e orari non autorizzati. In alcune occasioni avrebbe anche utilizzato farmaci destinati alla dotazione dello studio ospedaliero. Da cui l’ipotesi del reato di peculato. A questa si aggiunge quella di falso, legata alla mancata registrazione delle visite eseguite intascando i relativi compensi in contanti. Tutti pagamenti in nero, avvenuti senza lasciare traccia, evitando l’utilizzo della piattaforma denominata ‘Arianna’, che è obbligatoria e che consente, tra le altre cose, rilevazioni statistiche utili a livello gestionale.
Panno, secondo quanto ricostruito, sarebbe stato solito fissare appuntamenti al di fuori dei canali istituzionali. In un’occasione avrebbe però incassato cento euro in contanti da un paziente che si era prenotato regolarmente e che a distanza di settimane si è visto chiedere dall’Ausl il saldo della visita. Dopo aver pagato una seconda volta, l’utente ha inviato una lettera di protesta che ha dato il via alle indagini.
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