VETTO (Reggio Emilia) – L’acqua che manca, i campi che soffrono la sete d’estate e un progetto che fa discutere da quasi cinquant’anni. La Diga di Vetto finisce di nuovo davanti a un tribunale, ma questa volta lo scontro non è solo politico, è una vera e propria battaglia di carte bollate e principi costituzionali. Lipu e Wwf Italia hanno infatti presentato un ricorso formale al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, chiedendo l’annullamento degli atti con cui il commissario straordinario ha approvato il documento di fattibilità, di fatto blindando la scelta del sito di Vetto come unica opzione per il futuro sbarramento sull’Enza.
Secondo le associazioni ambientaliste, l’intero procedimento amministrativo è viziato. Sotto accusa c’è il dibattito pubblico, che non avrebbe garantito una valutazione reale e imparziale delle alternative, come la creazione di invasi più piccoli o il recupero delle falde idriche.
Ma il cuore del ricorso è soprattutto naturalistico: gli ecologisti sottolineano come la stessa documentazione tecnica del progetto ammetta impatti pesanti e significativi sugli habitat e sulle specie protette dalla rete europea Natura 2000.
La tutela della biodiversità e degli ecosistemi, ricordano fermamente Lipu e Wwf, non è un interesse secondario rispetto alle pur legittime esigenze infrastrutturali, ma rappresenta un principio giuridico vincolante sancito dalla normativa europea e nazionale che lo Stato deve considerare fin dalle prime fasi di pianificazione.
Una presa di posizione netta che gela il fronte opposto, dove i consorzi di bonifica e il mondo agricolo vedono da sempre nella diga l’unica vera polizza assicurativa contro la siccità per salvare le eccellenze del territorio, a partire dal Parmigiano Reggiano. Ora la parola passa ai giudici del Tribunale delle Acque, che dovranno decidere se la corsa all’oro blu della Val d’Enza abbia o meno calpestato le regole scritte a difesa dell’ambiente.
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