REGGIO EMILIA – In provincia di Reggio esistono forme significative di caporalato in agricoltura? Una domanda a cui è difficile rispondere perché le denunce sono pressoché assenti e non esistono dati per inquadrare il fenomeno. A sollevare la questione è l’associazione antimafia Libera, nell’ambito di un seminario tenutosi nella sede di Confcooperative e organizzato dalla Cooperativa sociale Agricoltura Capodarco, con la collaborazione del Centro Sociale Papa Giovanni e di Cia Reggio.
“E’ difficile perché non ci sono dati e quindi al di là di singoli episodi non si può interpretare un fenomeno nel suo insieme”, dice Sofia Nardacchione di Libera Emilia-Romagna.
La Confederazione Italiana Agricoltori ha attivato, un anno fa, uno sportello regionale a cui i lavoratori possono rivolgersi per segnalare forme di sfruttamento o irregolarità: “In un anno di attività non ci sono state denunce, zero”, afferma il presidente di Cia Reggio Lorenzo Catellani.
L’assenza di denunce non significa, però, assenza del fenomeno, spesso a prevalere in chi subisce è la paura, rimarca Libera: “Chi si trova in una condizione di debolezza, se non ha alternative si trova in difficoltà a denunciare“, aggiunge Nardacchione.
A intervenire anche il direttore provinciale dell’Inps che dallo scorso novembre presiede la “Rete del lavoro agricolo di qualità”, organismo voluto dalla Prefettura per contrastare lavoro nero e caporalato: “Nel nostro territorio il fenomeno non è preoccupante, ma c’è e occorre tenere alta l’attenzione”, le parole di Francesco Cimino.
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