REGGIO EMILIA – “Sono un imprenditore sotto scorta da tredici anni, ho subito aggressioni di tutti i tipi. La strada più facile per me forse sarebbe stata quella di scendere a compromessi, ma ho voluto resistere. Non ho voluto vendere la mia dignità”. A parlare è Antonino De Masi, 66 anni. Una vita, la sua, cambiata radicalmente il 13 Aprile 2013, quando la ‘ndrangheta sparò 44 colpi di kalashnikov al portone della sua azienda di meccanica agraria, situata nella piana di Gioia Tauro. Un avvertimento inequivocabile, in risposta alla ferma resistenza nell’opporsi alle estorsioni dimostrata da lui e dalla famiglia imprenditrice.
“Ai miei colleghi imprenditori dico di vestirsi di coraggio, di essere liberi e di denunciare sempre tutto”, afferma De Masi. Il modo in cui nel corso del tempo si è trasformata l’operatività della criminalità organizzata, diventata meno violenta ma non per questo meno pervasiva e pericolosa, è stato lo spunto di partenza del secondo appuntamento della rassegna “Conoscersi per comprendersi”, promossa dalla questura di Reggio.
Moderato dalla giornalista Serena Arbizzi, l’incontro ha dato la possibilità ai numerosi studenti presenti di confrontarsi anche col magistrato Ettore Squillace Greco, che ha dedicato gran parte della sua carriera alla lotta contro la ‘ndrangheta. “Soprattutto nel centro e nel nord Italia – ha spiegato – registriamo una serie di interazioni tra mafie diverse, sistemi criminali in cui avviene un’interazione, per fare affari illeciti. Una collaborazione tra mafie “storiche” e organizzazioni criminali straniere”.
Reggio Emilia questura 'ndrangheta lotta alle mafie Antonino De Masi Ettore Squillace Greco




