REGGIO EMILIA – “A 10 anni (da Aemilia, nda) forse la memoria si è affievolita. Abbiamo avuto segnalazione, anzi ci è stato detto in queste settimane, di non parlare della mafia qui, di parlare dei fatti di Sicilia, Calabria e Campania. Per noi è gravissimo questo fatto, queste iniziative servono anche a farci risvegliare”.
A oltre dieci anni dal maxi-processo contro la ’ndrangheta e il clan Grande Aracri, un procedimento che ha portato a 70 condanne e oltre 700 anni di carcere, l’attenzione deve rimanere altissima. Lo ha ribadito dunque il coordinatore di Libera, Giovanni Mattia, stigmatizzando l’atteggiamento di chi continua a considerare la mafia un problema confinato al Sud.
L’episodio cui Mattia fa riferimento, raccontato nell’intervista raccolta da Ibanes Valeriani per Buongiorno Reggio, è avvenuto in una scuola della provincia reggiana, dove Libera aveva tenuto una serie di incontri. Due insegnanti avrebbero invitato i referenti dell’associazione a concentrarsi sulla mafia nel Mezzogiorno, e non sulle infiltrazioni presenti sul territorio emiliano. Una richiesta avanzata secondo quanto emerso, nel tentativo di tutelare alcuni studenti figli di persone coinvolte nel processo Aemilia.
Una situazione particolarmente delicata, che ha portato successivamente a un confronto con il dirigente scolastico. In quell’occasione il contesto e le motivazioni sono stati approfonditi e quelle frasi, pur gravi, sono state ricollocate in un quadro più complesso.
Resta quindi evidente quanto sia importante continuare a parlare di mafie e delle conseguenze che le infiltrazioni portano sul territorio, perché solo un confronto aperto e consapevole permette di riconoscerle e contrastarle davvero.
“Il significato primario è quello di ricordare tutte le storie non solo quelle che conosciamo di più, quindi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato e altri nomi di vittime innocenti più conosciuti, ma tutte le 1.117 storie che oggi conosciamo. Non solo ricordare – spiega Mattia – ma anche chiedere per loro verità e giustizia, oltre l’80% di queste storie non conosce verità giudiziarie su quanto accaduto, magari non è stato condannato un esecutore o un mandante oppure non si conosce pienamente la vicenda”.
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