BIBBIANO (Reggio Emilia) – Quando nel 2013 i servizi sociali della Val d’Enza scoprirono il caso di una ragazzina minorenne di Bibbiano che veniva fatta prostituire dalla madre con decine di uomini, gli operatori si convinsero che nella zona era attiva una rete di pedofili. “Una setta”, dirà in aula la pm Valentina Salvi, accusando gli operatori di aver voluto vedere abusi anche dove non ce n’erano, in preda a una sorta di allucinazione collettiva. E pur di dimostrare gli abusi e i maltrattamenti avrebbero falsificato o rimaneggiato le relazioni e le dichiarazioni dei bambini.
Ma la rete di pedofili esisteva davvero? Ed è vero che i servizi della Val d’Enza sono stati fuorviati da questa convinzione? L’istruttoria ha accettato che fu la psicoterapeuta Nadia Bolognini, tra 2015 e 2016, durante un incontro di supervisione, a riportare al team questa voce. Ma di prove non ce n’erano e gli operatori sociali avevano stabilito di tenere le antenne dritte ma di non informarne le forze dell’ordine. Dice il tribunale nelle motivazioni che non sono emersi elementi solidi di un collegamento tra l’ipotetica setta e i minori coinvolti nel procedimento. Ma anche se davvero gli operatori fossero stati convinti dell’esistenza di questa rete di pedofili, non c’è prova di falsificazioni o omissioni nella loro attività professionale. In pratica, non c’è reato.
Nelle prime ore del 27 giugno 2019, quando scattarono le misure cautelari e l’inchiesta divenne di dominio pubblico, gli inquirenti dichiararono che gli indagati “sottoponevano i bambini all’elettrochoc”. Emerse in breve che si trattava invece dell’Emdr, una tecnica di psicoterapia conosciuta come “macchina dei ricordi”: è un approccio strutturato per il trattamento dei ricordi traumatici. L’accusa ha sostenuto che tramite questa tecnica, comunemente utilizzata e riconosciuta come valida, gli indagati facessero emergere nei minori falsi ricordi tramite domande suggestive, portando i bimbi a raccontare abusi in realtà mai subiti e causando loro lesioni psicologiche. Anche in questo caso, secondo la Corte di primo grado, l’accusa non ha fornito prove di una correlazione tra l’attività di psicoterapia e le presunte lesioni. Un ruolo fondamentale, in negativo, lo hanno giocato le consulenti del pm, sulla cui scarna attività la Corte è molto severa. Le professioniste hanno basato le loro perizie solo sugli elementi d’indagine. Quando hanno sentito i minori, lo hanno fatto solo molto tempo dopo; hanno fornito dichiarazioni poco chiare durante la loro testimonianza in aula, e soprattutto, dice la Corte, hanno fornito valutazioni basate unicamente su intuizioni, senza chiarire i criteri utilizzati e senza riportare fonti scientifiche, studi, precedenti giurisprudenziali. “Profili di criticità che hanno inciso in maniera così significativa da condurre il Collegio a ritenere insussistenti tutti i fatti contestati come lesioni”, scrive la Corte.
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