BIBBIANO (Reggio Emilia) – Quando esplose il “caso Bibbiano”, nell’estate 2019, Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni divennero loro malgrado un simbolo negativo: una coppia omosessuale che aveva ottenuto in affidamento una bambina (la chiameremo Camilla con un nome di fantasia). Furono accusate di essere animate da un movente economico e di trattare male la piccola. Rinviate a giudizio per maltrattamenti in famiglia, induzione in errore di un perito e frode processuale, sono state assolte “perchè il fatto non sussiste”. Secondo l’accusa, era stata Federica Anghinolfi, dirigente del servizio sociale dell’Unione Comuni Val d’Enza, a decidere di affidare Camilla a Fadia e Daniela, per assicurare alle due amiche un ingiusto profitto.
Camilla aveva alle spalle una storia famigliare segnata dai conflitti tra i genitori. Nel giugno 2016, a 9 anni, telefonò ai Carabinieri, che la trovarono sola in casa in stato di abbandono. Fu affidata alla sola Fadia per un periodo di 30 giorni, poi trasferita a un’altra famiglia, ma l’affido non andò bene e così Camilla fu affidata di nuovo a Fadia e, questa volta, anche a Daniela. Resterà con loro sino agli arresti del 27 giugno del 2019. E’ in questo periodo che, secondo l’accusa, le due donne affidatarie avrebbero influenzato la bambina, denigrando i genitori naturali e maltrattandola psicologicamente con urla e parolacce. Urla e parolacce registrate, in alcuni specifici episodi, dalle microspie poste sui loro veicoli.
A sostegno delle affidatarie, però, le difese hanno presentato prove documentali e video che hanno mostrato una realtà opposta a quella descritta nelle intercettazioni. In particolare i filmati girati in ambito domestico, ritraevano Camilla in momenti di gioco, studio e relax e mostravano una bambina serena, sorridente e affettuosa con le affidatarie. Accanto ai video, c’erano anche foto e messaggi di affetto.
Questo ha portato il Tribunale a definire le imputate “colpevoli di eccesso di cura” o di errori metodologici, ma non di reati. Nelle motivazioni della sentenza, i giudici criticano la pubblica accusa, che avrebbe dovuto porre l’accento “non solo sui comportamenti verbali meno appropriati ma anche sulla circostanza che il rapporto tra le affidatarie e la minore era connotato da dialogo e confronto”. Nei confronti di Camilla, Fadia e Daniela – scrivono i giudici – avevano “sentimenti e volontà di cura ed accudimento tali da rendere doverosa l’assoluzione”.
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