REGGIO EMILIA – Davanti a 4.500 tifosi che avevano invaso il PalaDozza, il 27 aprile 2014 la Pallacanestro Reggiana si aggiudicava l’Eurochallenge battendo in finale i russi del Triumph Lyubertsy.
Di acqua sotto i ponti, da quando cioè capitan Antonutti alzò al cielo di Bologna l’unico trofeo europeo tutt’ora detenuto dalla società di via Martiri della Bettola, ne è passata tanta in questi 7 anni. Dalla salvezza all’ultimo tiro del penultimo campionato di A2, alla promozione l’anno successivo, chiunque aveva il sentore che quel gruppo avrebbe fatto tanta strada.
Nessuno, tuttavia, si sarebbe potuto immaginare che, grazie agli sforzi economici dell’allora patron Landi, in pochi anni potessero arrivare, dopo quel trofeo, due finali scudetto (la prima resterà il rimpianto di una vita intera), una Supercoppa italiana e una semifinale di Eurocup. Poi, l’addio di Menetti è coinciso con l’inizio della parabola discendente per l’allora Grissin Bon e l’odierna Unahotels.
Cambi vorticosi di roster e allenatori, spesso anche all’interno della stessa stagione, sono diventati comuni denominatori delle ultime annate chiuse sempre al di sotto degli obiettivi stagionali prefissati e con sempre maggiori problematiche.
A un turno dalla fine di questa, molto complicata non solo per via del Covid ma anche per il cambio di proprietà in estate, la Pallacanestro Reggiana ha sì centrato l’obiettivo salvezza, ma lo ha fatto dopo aver perso 11 partite consecutive, aver ancora una volta cambiato mezza squadra e il coach e dopo aver toccato il fondo della classifica dal terzo posto raggiunto dopo il fallimento di Roma. Una fatica maledetta, insomma, e un traguardo su cui c’è ben stampata l’impronta di Attilio Caja subentrato a Martino nel bel mezzo della tempesta.
Una volta raccolti gli ennesimi cocci dell’ennesima stagione negativa, la proprietà dovrà cercare di allestire un roster che possa andare incontro alle esigenze dell’attuale allenatore e che, al contempo, abbia ben chiare le caratteristiche che ogni edizione di Pallacanestro Reggiana “vincente” ha avuto nel proprio Dna: voglia di sacrificarsi per i compagni, di stare insieme, di fare gruppo, di difendere e attaccare di squadra, di sbucciarsi le ginocchia per recuperare un palla in difesa, di prendere gomitate per strappare un rimbalzo in attacco. Nessuna prima donna non funzionale al progetto globale, ça va sans dire. E’ sempre stato così, chiediamo torni a esserlo dopo anni di blackout emotivi.
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